In mancanza di una definizione condivisa di paradiso in terra, molti si accontenterebbero di vivere a San Diego, considerandola un buon surrogato.

Trecento giorni di sole all’anno e inverno mite. Città pigra ma vitale, chilometri di spiagge pulite, le montagne a mezzora d’auto. Opulenta, grazie al turismo e alla imponente base militare. Quartieri residenziali con l’erba pettinata, ma anche una zona universitaria vivace e assenza di ghetti. Criminalità ai minimi, gente cordiale e visibilmente meno stressata della media.

Nella zona dove mi sono acquartierato prima della partenza, le strade si incrociano ad angolo retto; sono diritte, larghe come i Campi Elisi a Parigi, e i nomi lasciano ben poco spazio alla fantasia: Prima, Seconda, Terza Avenue… incontrano Jefferson, Lincoln, Washington… insomma tutta la trafila dei presidenti e degli stati dell’Unione. Il problema è che le strade sono di una lunghezza spropositata, e la numerazione diventa ben presto paradossale: io ad esempio sto in Alabama Street, al civico 4.086! Quindi, la frase: “Oh, che bello! Visto che abitiamo tutti e due in Florida Street, perché non viene a prendere il tè domani?”, è da evitare a tutti i costi.

È come se due che abitano sulla via Emilia, uno a Imola e l’altro a Rimini, si considerassero vicini di casa. Come disegno architettonico, invece, ci siamo: casette di legno alte non oltre un piano, libertà estetica, un senso di gioiosa anarchia dei colori e delle forme, rinforzata dall’esplosione della primavera in tutti i giardini e da grandi quantità di eucalipti, palme e cactus.

Eppure, eppure… da subito c’era qualcosa nell’arredamento urbano che non mi quadrava e quando l’ho capito non volevo crederlo: nel quartiere manca quasi del tutto l’illuminazione pubblica! Tra sì e no c’è un lampione agli incroci, a volte manco quello, e vista la larghezza delle strade…

Risultato: pur di non pagare un centesimo di tasse in più al comune (che infatti è alla bancarotta), gli abitanti della quinta città più ricca degli Stati Uniti illuminano i marciapiedi e la strada tenendo accesa la luce tutta notte davanti a casa e/o in giardino. A spese loro. Ma ormai la gara è lanciata: chi vincerà la guerra degli status symbol? La lampada alogena in oro 24k di Gucci, o l’antinebbia di Bulgari tempestato di diamanti? Di sicuro una nicchia per le esportazioni del made in Italy.

E un posto di lavoro sicuro per ogni immigrato messicano.

 

Come guardiano del faretto!

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