G29-30 Mini Austin

G 29-30 Austin (Tx) – Due giorni di riposo

È buffo, mentre mi trovo a Austin, capitale del Texas, pensare che se il generale Santa Anna non fosse stato un cretino, borioso e incapace, oggi forse questo enorme territorio sarebbe solo una provincia del Messico. Ed è anche istruttivo ripensare a come andarono le cose.

Ottenuta l’indipendenza dalla Spagna, il Messico si ritrovò con questo immenso territorio quasi spopolato e soggetto alle razzie degli indiani. Decise quindi di incoraggiare l’immigrazione di coloni “americani”, in gran parte anglosassoni, precisamente allo scopo di far prosperare la provincia del Texas, e concesse ad ognuno di loro (300 famiglie) un centanio di ettari di terreno agricolo e pascolo. Unica condizione, essere cattolici e non commerciare in schiavi, anche se si poteva continuare a “usare” quelli già in proprio possesso. Ma l’illegalità diffusa e il rischio percepito di perdere il controllo linguistico, prima ancora che amministrativo, spinsero il Messico a vietare l’immigrazione nel 1828.

Risultato: continuarono ad affluire illegalmente sempre più coloni, ma anche banditi e migliaia di persone prive di scrupoli, attirate dal miraggio dell’arricchimento facile, grazie alle ricchezze immense del territorio e alla precarietà delle regole.

Per farla breve, dopo un primo tentativo di rivolta indipendentista che proclamò la repubblica di Fredonia, una rivoluzione vera e propria portò alla dichiarazione d’indipendenza del Texas nel 1836.

E il grande generale Santa Anna si fece sorprendere dalle truppe di Houston, che fingeva di ritirarsi e invece lo attaccò subito dopo pranzo quando, incredibile ma vero, l’esercito messicano si concesse una piccola ma fatale siesta; il generale fu catturato mentre fuggiva travestito da soldato semplice (questa mi ricorda qualcun altro).

Fu un’epopea in piena regola, che ha lasciato tracce evidenti nella toponomastica, ma anche nel carattere dei texani, così fieri di sentirsi unici, indipendenti e ferocemente legati al territorio e al proprio passato. Non c’è strada, paese, giornale, istituto o organizzazione che non si rifaccia in un modo o in un altro al fatto generatore del paese. La capitale è intitolata agli Austin, padre e figlio, che guidarono i primi coloni. La Mini Austin venne molto dopo.

Houston era il capo delle forze armate e mi fa sorridere pensare che era entrato nel territorio illegalmente!

Davy Crockett, che io pensavo fosse solo un fumetto, è stato di tutto: eroe, politico e colonnello delle forze texane (187 uomini) che si sacrificarono nel fortino della missione e fecero fuori oltre un migliaio di soldati messicani, prima di soccombere al grido di “O Vittoria, o morte!”: la mitizzata battaglia di Alamo.

Non so quando sia arrivata in Texas la famiglia di George W. Bush (e con Benigni ho sempre pensato che se quella sera Bush padre fosse andato al cinema, sarebbe stato meglio per tutti), ma so che quella di Lyndon Johnson, il presidente che succedette a Kennedy, discendeva da proprietari terrieri e allevatori insediati in quella che oggi si chiama Johnson City, e da cui sono passato ieri l’altro. Furono tra i primi a mandare il bestiame verso la costa orientale, lungo le piste frequentate dagli indiani e successivamente con i carri bestiame della Southern Pacific.

Ma la Austin di oggi, incredibilmente, sembra l’esatto contrario del mito texano propalato a piene mani, tanto da aver coniato il motto di Keep Austin weird (Manteniamo Austin strana).

Ma perché strana? Oggi l’ho girata da un capo all’altro in bicicletta per andare a ritirare due pacchi all’ufficio postale, che pur chiamandosi centrale si trova nella periferia nord. Sono rimasto veramente colpito da questa città, che fin dal primo impatto mi ha fatto ripensare a San Diego.

Stessa atmosfera rilassata fra la gente, un gran fiorire di bandane, orecchini e tatuaggi che sembrano tutti Sandokan. E poi case colorate, piccoli negozi pieni di cose insolite, baretti che fanno buon caffè, posticini sfiziosi che vendono vino al bicchiere, locali in cui si suona musica dal vivo, un’università prestigiosa.

Addirittura, un trasposto pubblico che non so se funzioni, ma già il fatto che ci sia è una notizia da prima pagina; e stasera voglio provare l’emozione di prendere l’autobus. E ancora, per la prima volta dall’inizio del viaggio, un numero importante di piste ciclabili con tanta gente (relativamente a questo paese, s’intende) che gironzola in bici.

In poche parole, la “stranezza” di Austin sta tutta nel fatto che agli occhi di un europeo sembra una città perfettamente normale e non uno di quei grumi insensati di hamburger, pistole e automobili che ho attraversato in abbondanza fino ad oggi.

Austin è in testa, o quasi, a tutte le classifiche per quella che noi definiremmo “qualità della vita”: seconda come “miglior città in cui vivere”, città più verde e quinta città più sicura degli Stati Uniti, capitale della musica dal vivo e strenua oppositrice delle grandi multinazionali del cibo e del commercio, a tutela dei piccoli negozi.

Austin va fiera del suo essere controcorrente e ha ampia fama di essere “liberal”, che in italiano potremmo tradurre con “progressista”. È insomma un’isola felice e all’apparenza spensierata in uno stato che, come dicevo, più conservatore non si può, tanto che gli altri texani, con una punta di sarcasmo misto a invidia, la definiscono “la Repubblica Popolare di Austin”, riuscendo a malapena a evitare la definizione di “socialista”, o “radicale” che viene regolarmente appioppata a tutto ciò che esula dalle regole e soprattutto dal conformismo (Obama in testa).

Il succitato Davy Crockett, per sottolineare il suo impegno indipendentista, coniò un motto: You may all go to hell, and I will go to Texas, ossia “potete andare tutti all’inferno, ma io andrò in Texas”.

Non so che fine abbia fatto il buon Crockett e spero per lui che sia andato in paradiso, visto che ci credeva.

Ma giudicando da quello che ho visto finora, io adatterei leggermente il suo motto e, rivolgendomi ai texani direi:

You may all go to hell, and I will stay in Austin.

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