G11 Buona Pasqua Bucky!


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G 11 > Safford (AZ) – Glenwood (NM) 135 km

Con un giorno di ritardo, ecco la descrizione del passaggio dall’Arizona al Nuovo Messico, con due passi di rispettivamente 1.600 e 1.920 metri: la tappa finora più micidiale sul piano fisico, ma forse la più interessante sul piano paesaggistico e umano.

Piccolo dettaglio: in questa tappa, l’unica possibilità di rifornimento è la località di Three Way, così chiamata, presumo, perché punto di incontro di tre strade. La cosa si presenta così: un incrocio enorme e polveroso, un negozietto tipo bazar sulla destra con un recinto ex-pollaio e due pompe di benzina senza tettoia sulla sinistra, più, come lussuosissimo allegato, una cabina di plastica per le esigenze corporee su cui sorvolo, altrimenti sconfino nel vietato ai deboli di cuore.

Ma i cambiamenti di paesaggio sono incredibili: a momenti sembra di essere sulla luna, solo sassi e pietre, e sullo sfondo la catena vulcanica delle Colline Nere, tradizionale territorio dei Chiricahua.

Per chilometri il deserto è solo cespugli di ginepro e qualche cactus, poi compaiono macchie di viola che mi si dice essere lupini e astragali.

Poi improvvisamente le colline si tingono di un giallo vivissimo: è la fioritura dei papaveri gialli, uno spettacolo magnifico, che in certi anni di siccità può durare un solo giorno, un momento di tenerezza in un ambiente che più ostile non si può.

Ma appena si supera il versante e si sconfina nel Nuovo Messico, ecco che sembra di essere sulle Dolomiti, con i pini “Ponderosa” della foresta Apache e della foresta del Gila. Si scende di qualche centinaio di metri e si ricade in un catino arido di erba secca su cui qualcuno sembra aver piantato a casaccio solamente piante di yucca.

Anche se gli occhi hanno avuto la loro parte, il fatto resta che dodici ore di sella danno fastidio comunque. Ma qui non c’era soluzione. Per di più, per trovare l’unico paese con una parvenza di motel, a fine giornata ho dovuto deviare dal percorso di ben 20 miglia. Fortunatamente, ho diviso buona parte del percorso con Karman, il canadese che fa la stessa strada ma usa i campeggi, e con il gruppo di Adventure Cycling, che più che un gruppo organizzato sembra l’armata Brancaleone in libera uscita. Uno di questi giorni lo descrivo meglio, perché è uno spasso.

A sera, sono arrivato solitario e stravolto nel ridente borgo di Glenwood, 200 abitanti, fra cui l’anziana signora in vestaglia a fiori che mi ha accolto al White Water Motel.

Apprendo nell’ordine che: non c’è copertura per nessun gsm, l’unico bar/ristorante chiude di lì a 20 minuti e se voglio il wifi posso mettermi fuori dalla biblioteca comunale, ovviamente chiusa. E ovviamente siamo vicini a zero gradi, vista l’escursione termica da queste parti.

Mi presento al bar vestito da ciclista, sudato, puzzolente e morto di fame, e vengo immediatamente catalogato come un pazzo dai presenti: sono tutti locali, tutti con i jeans, tutti gli uomini col cappellone da cowboy e gli stivaletti con la punta e il tacco a rientrare, come quelli che ci mettevamo negli anni ‘70 per fare i fighetti in discoteca. Uno ridendo mi fa: “Ti ho visto per la strada e ho cercato di metterti sotto, ha ha ha!”. Umorismo dell’America profonda. Sua moglie gli dà un calcio.

Sto al gioco, ovviamente, ma la sorpresa più bella della serata è quando al mio tavolo si siede Bucky (pronuncia Bàki), il proprietario. Gli racconto la mia storia. Mi racconta la sua: per 28 anni bassista on the road con i grandi nomi del country, gestisce questo locale aperto dal bisnonno, che venne chiamato Blue Front perché durante il Proibizionismo il blu stava a significare che minatori e cowboy della zona potevano venire a bere e le autorità chiudevano un occhio.

Parliamo di tutto e la conversazione continua la mattina dopo: parliamo di Obama e del perché la riforma sanitaria non può funzionare, della criminalità tremenda del Messico, dove pure Bucky ha una casa, della situazione degli indiani di oggi, impoveriti ed emarginati, della presenza sempre più forte dei Mormoni e altri gruppi religiosi, di Glenwood e dell’Italia, che ha visto in tv e vorrebbe visitare, della crisi economica e di Lance Armstrong, che l’anno scorso è passato di qui durante il Giro del Gila.

Mi mostra i libri di Tony Hillerman, lo scrittore che ha inventato i detective Navajo, e i dischi di Charlie Daniels, un grande della musica country.

Una persona affascinante Bucky, una persona buona, tollerante, un conservatore come tutti lo sono in questo mondo rurale, ma curioso di capire e capace di raccontare. Mi ha offerto di farmi accompagnare col pick-up da suo figlio, Colby, in modo che non debba rifare le 20 miglia per riprendere il cammino. E così è stato. La mattina dopo ci siamo bevuti un mezzo litro di caffé insieme e sono partito col camioncino.

Per ringraziarlo gli ho regalato una cosa a cui tenevo molto: il cappellino della nazionale italiana di ciclismo che volevo mettere per la foto a fine viaggio. Non importa. Bucky lo metterà al prossimo concerto di beneficenza.

So che il mio berretto è in buone mani.

Buona Pasqua Bucky.

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