G14 Americans


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G 14 > Silver City (NM) – Hillsboro (NM) 92 km

Silver City è la prima città, dopo San Diego, che mi sento di definire, almeno in parte, carina.

La parte a cui mi riferisco è la strada principale del quartiere “storico”, sulla quale si affacciano alcuni negozi, un paio di bar, un teatro e un locale molto zen che serve caffè e dolcetti biologici e offre gratuitamente l’accesso a Internet a tutti gli sfaccendati come me: una vera manna, di cui approfitto il giorno di Pasqua. Il silenzio è rotto solo dalle auto e dai furgoni che fanno le “vasche”: sempre gli stessi, fanno un giro e ripassano, a velocità bassissima e con la radio accesa. Si vede che qua si intorta così!

Dietro l’angolo, un albergo risalente a fine ‘800, quando le miniere (da cui il nome della città) attiravano folle tumultuose e Billy the Kid andava a scuola proprio qui, con ottimo profitto: domani gli dedicherò la tappa.

Il resto della città è, purtroppo, identico a tutte le altre località grandi e piccole finora incontrate: domina infatti l’anonimato più totale e una generale mancanza di ordine architettonico o anche di semplice gusto estetico. Detto in italiano, sembra di essere in una brutta periferia, dove si succedono senza criterio apparente motel, supermercati, rivenditori di ogni tipo e localacci che servono fast food. Apro una parentesi: tanti mi chiedono di parlare di come si mangia, ma finora non sono riuscito a trovare la forza. Quando uno arriva stanco a sera, in genere preferisce parlare di cose belle… ma prometto che ci proverò!

La tappa di questa giornata prevedeva

Emory Pass, che con i suoi 2507 metri è il punto più alto, ma non per questo più difficile, di tutto il percorso.

Occorre ricordare che da qualche giorno viaggio sul cosiddetto altopiano del Colorado, fra i 1.000 e i 1.600 metri, quindi i dislivelli da superare sono relativi. Per arrivare al passo si percorrono sui 25 km di salita abbastanza regolare, con punte del 7-9% e un primo scollinamento a 2.100 metri. La grande incognita in questi giorni è il vento che, a partire dalla tarda mattinata, soffia da sud-ovest con raffiche di oltre 80 km/h. Fortuna vuole che oggi arrivi sul tardi e che soffi nella direzione giusta. Ma quelle poche volte che ce l’ho di fronte o di fianco, diventa pericolosissimo, soprattutto in discesa!

Resta il fatto che sembra di stare sulle Dolomiti, mentre si sale in mezzo ai pini “Ponderosa” della foresta del Gila; e il panorama che si gode dalla sommità è meraviglioso.

Ho chiamato questo post “Americans” perché, anche senza volere, girando in bicicletta si incontra tanta gente. Gli americani, o perlomeno “questi” americani, raccontano volentieri la loro storia, o comunque è molto facile convincerli a raccontarla. Una breve galleria di giornata:

Raul Napoleoni. Ha un nome un po’ speciale questo camionista della Florida, ex-marine (ancora uno!), bisnonno siciliano emigrato nell’800 a New York e da lì, chissà come e chissà perché, emigrato a Portorico, dove la famiglia è rimasta finché Raul non ha fatto il cammino inverso.

Lo incontro nel motel, è fermo da due giorni e aspetta che il suo intermediario gli trovi un carico da trasportare da qualche parte dell’America. Dura la vita di Raul, col diesel che aumenta, la concorrenza spietata, l’incertezza continua. È tutto fuorché ricco, lavora per mantenere la famiglia, ma lui si lamenta della riforma sanitaria di Obama, perché (ed è questa la cosa che non riuscirò forse mai a capire), trova che lo stato non ha il diritto di interferire nelle sue scelte.

A mia precisa domanda, risponde che se si rompesse una gamba, all’ospedale forse lo curerebbero. O forse no. Proprio così ha detto: “O forse no”, fate un po’ voi! Gli propongo di fare un cambio alla pari tra il suo camion e la mia bici: quasi quasi…

Stan Thompson è lo sceriffo, il braccio armato della legge nella contea di Sierra. Lo incontro mentre sul suo gippone ispeziona il balcone panoramico in cima al passo.

È norvegese di seconda generazione Stan, la faccia da bonaccione, e mi fa vedere da lassù la strada che scende all’altopiano e i villaggi che punteggiano la vallata. Colleziona conchiglie di mare, ma non fossili, proprio quelle di mare e quando gli dico che da anni abito in Belgio mi confessa che fa scambi di conchiglie con un dirigente della polizia belga, di cui mi fa tanto di nome. Robe da non credere, comunque lo saluto e non gli dico che ha la bottega dei pantaloni aperta. Metti che mi arresti per vilipendio…

Catherine Wanek gestisce un bed & breakfast a Kingston, villaggio minerario di 7.000 abitanti nel periodo d’oro.

Oggi? 24 abitanti fissi più qualche seconda casa. Mi ci fermo solo per salutare il gruppo di ciclisti che qui fa tappa e prendere acqua. Catherine ha scritto due libri su come si fanno le case con le balle di paglia, nuova tecnica super ecologica che ha perfezionato da noi con due architetti altoatesini.

Infatti conosce l’Italia del Nord, cita Vicenza, Mantova, Merano e mi fa vedere la casa di paglia nella quale fa dormire gli ospiti.

Prometto che comprerò i suoi libri e se volete fare una casa di paglia intonacata di malta, Catherine è la persona da contattare.

Mary, invece, tiene il bed & breakfast del villaggio successivo, Hillsboro. Un’altra città del boom minerario, oggi solo un altro nome sulla cartina, 200 anime e non molto di più.

Alla mattina mi prepara una colazione sontuosa, perché è abituata a questi personaggi inquietanti che si presentano sudati e in mutande colorate, dicendo che fanno l’America da un capo all’altro in bicicletta. Ci ha fatto l’abitudine e ne ha fatto un business, con la riservatezza e il pudore di chi cede per un giorno una parte della casa di famiglia, una parte di sé. Ma è proprio qui che faccio l’incontro più straordinario.

Brett abita in Florida, è qui per trovare suo padre, un 75enne che vive, felice e contento, in una specie di camper parcheggiato da 10 anni nel “campeggio” del paese.

Brett specula sul cambio delle monete. Non lavora per nessuna banca, lo fa per sé e per un gruppo di amici che gli hanno affidato i risparmi. Lavora di notte, dorme dalle 6 a mezzogiorno. Oggi è felice perché ha guadagnato 10.000 dollari speculando su yen e sterlina. Mi invita a cenare con lui e suo padre. Il primo ristorante utile è a 50 km, ma qui le distanze non hanno nessun senso.

Gordon, suo padre, guida un pulmino che in Italia gli darebbero l’ergastolo: al suo fianco, al posto del passeggero, devo stare seduto su una sedia di plastica da giardino, Brett pure. Lui ha i capelli grigi raccolti a coda di cavallo, una vita bellissima che non lesina a raccontare, trova che quando il campeggio ha più di 10 camper gli viene a mancare l’ossigeno.

È uno spirito libero, autentico, a 50 anni è venuto in Europa con una Bianchi e ha girato Inghilterra, Galles e Irlanda. Per questo gli sono simpatico. Per questo mi è simpatico e la mattina, partendo, passo dal suo regno. Brett dorme in albergo, dopo una notte di speculazioni. Gordon invece sveglia una vicina di roulotte, che pure “abita” lì da sempre, perché vuole che facciamo una foto insieme.

Perché vivi qui Gordon? Quien sabe!?

The answer, my friend, is blowing in the wind

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