G17 Have a good ride… and keep safe!

G 17 > El Paso (TX) – Fort Hancock (TX) 89 km

“Have a good ride, and keep safe!”: questa è la formula più comune con cui gli americani mi augurano di fare buon viaggio e raccomandano di fare attenzione.

Da queste parti, tuttavia, l’ augurio di fare attenzione sarebbe meglio tradurlo con: “e cerca di portare a casa la pelle intatta!”.

Per natura non sono un pessimista, ma è già qualche giorno che ogni persona che incontro mi mette in guardia sulla pericolosità del confine col Messico, diventato una vera polveriera a causa delle lotte fra due potentissimi cartelli di narcotrafficanti.

Ciudad Juarez è lo specchio di El Paso, nel senso che si trova esattamente di fronte ad essa, ma dall’altra parte del confine. Giornali, politici e opinione pubblica sono per una volta unanimi nel descrivere queste due realtà come il paradiso e l’inferno, con quest’ultimo dalla parte messicana. Effettivamente, le cifre sono impressionanti:

Juarez ha il più alto numero di omicidi al mondo, una media di 7 al giorno negli ultimi 12 mesi. E la casistica delle uccisioni rivela modalità talmente barbare che l’Inquisizione o le torture al palo degli indiani in confronto erano uno scherzo.

Il risultato è che nessuno attraversa più questo confine, sorvegliato da novelli Minosse in uniforme, tranne la lunga teoria di camion che trasportano di tutto nei due sensi e che sono sicuramente scesi a patti per non lasciarci la pelle. Gli americani provano di tutto, i messicani anche: ogni due minuti passa una pattuglia di agenti di frontiera, gli elicotteri sorvolano in continuazione, ogni tanto si vede un drone, come in Afghanistan, sulla strada c’è un posto di blocco obbligatorio e vengo anche fermato da una pattuglia mentre pedalo controvento (sai il gusto!).

Insomma, gira che ti rigira, tutte queste misure, compreso il muro fisico di separazione, contano come il fatidico due di coppe quando la briscola è bastoni. Al punto che, quando arrivo a Fort Hancock, paese di confine (non squallido, ma molto peggio) di poche centinaia di anime sparpagliate in 50 km quadrati, vedo un viavai di gente in uniforme, lo sceriffo e i suoi vice che girano con fare sornione lungo il chilometro di strada che raccoglie pochi negozi, qualche casa miserrima, una stazione di servizio e un motel dai muri sfasciati dove passo la notte.

Dietro la stazione di servizio, il massimo: un autoarticolato con le insegne dello sceriffo, messo lì per tranquillizzare la popolazione e servire, se del caso, da ufficio e prigione ambulanti. Il motivo c’è, ed è serio.

I narcos hanno chiesto ai bravi cittadini di Fort Hancock di versare una cospicua somma di denaro, altrimenti minacciano di prendersela con i loro bambini che vanno alla scuola locale. Insomma, questo è il clima che si respira al confine fra due stati, il Texas e il Messico, legati indissolubilmente da un passato comune, da un presente difficile e da un futuro indecifrabile.

Sento arrivare la domanda da un milione di dollari: “E come reagisce l’uomo della strada?”. Semplicissimo: comperando un’arma da fuoco. Del resto, proprio lo sceriffo di Fort Hancock l’altro giorno ha convocato un’assemblea e ha detto ai cittadini che devono armarsi e soprattutto usare il “ferro”.

Conclusione ufficiale del discorso dello sceriffo, e vi giuro che è vero: “Meglio essere giudicati da 12 che portati da 6”. È una vecchia frase del West, a significare che è meglio andare sotto processo che finire in una cassa da morto.

Nel supermercato di articoli sportivi dove sono andato per comperare una tenda da campeggio, ho visto che si vendevano anche armi, e ho voluto capire quali siano le regole.

Eccole: come straniero devo presentare un documento d’identità e dimostrare che sono residente da almeno 90 giorni. Come cittadino americano devo presentare un documento e il negozio fa il controllo del casellario giudiziario per via telematica. Se va bene, il texano medio esce dal supermercato con una pistola in tasca dopo un quarto d’ora. Ho voluto provare l’ebrezza di impugnare un’arma vera e, noblesse oblige, mi sono fatto dare una bella Beretta Px 4 Storm da 519 dollari. L’ho maneggiata come un esperto e, con la faccia da duro della malavita (nonostante la maglia da ciclista del Club Gasperoni) ho detto al commesso: “Bella arma, sono bravi questi italiani. Fra 90 giorni torno e ne compro due, una anche per mia moglie!”. Eh sì, perché anche le donne hanno diritto alla loro arma, al punto che, per convincerle più facilmente a comperarne una, i produttori hanno messo sul mercato le pistole con l’impugnatura rosa. Lo so che pensate che io scherzi, e per questo ho fatto una foto!

Quello che non sapete è che anch’io ho un’arma potentissima con cui ho già fatto svariate vittime: si chiama dog dazer, è un aggeggio che spara degli ultrasuoni che distraggono i cani che vi inseguono e cercano di mordervi. Non è un problema da poco in queste lande desertiche e vi assicuro che, grazie a tutti gli album di Tex che ho letto, riesco ad impugnare l’arma in una frazione di secondo e a lasciare di stucco anche il cagnaccio più feroce. Tiè! Funziona anche con i pippistrelli, purtroppo non con i ghiri, ma questa è un’altra storia, che conoscono i miei amici.

Morale della favola: il deputato al Congresso di qua si chiama Ciro Rodriguez e con un nome e una faccia del genere è difficile fare paura ai narcos.

Il governatore della California Schwarzenegger si è imbolsito e va in giro con una bici da rapper.

Qui ci vuole un uomo forte e io l’ho trovato.

In quanto sindaco auto-proclamato di Plaster City e probabile amministratore di Cotignola dal mio ufficio di Bruxelles nel quadro del federalismo alla rovescia, mi candido senza indugio al posto di viceré degli Stati Uniti del Sud e allego alla presente il mio manifesto elettorale.

Il mio motto: Have a good ride and keep safe!

Ps: domani ho il tappone “dolomitico” di 91 miglia, senza rifornimenti fra arrivo e partenza. Prevedo che la sera sarò stanchissimo, per cui l’appuntamento slitta di un giorno.

Ad majora!