Terzo giorno di riposo

Non avevo mai capito bene a quale soldato si riferisse Bob Marley quando cantava:

Buffalo soldier, dreadlock rasta
There was a buffalo soldier in the heart of America 
Stolen from Africa, brought to America
Fighting on arrival, fighting for survival…

Ebbene, riposandomi per due giorni a Fort Davis, Texas, l’ho finalmente capito. Alla fine della Guerra Civile americana, il Congresso decise di ampliare l’esercito e con una legge del 1866 creò un certo numero di nuovi reggimenti di cavalleria e di fanteria. Di questi nuovi reggimenti, due di cavalleria (il 9° e 10°) e quattro di fanteria (il 38°,39°,40° e 41°) dovevano per legge “essere composti da uomini di colore”, che diventarono noti in seguito come “buffalo soldiers”.

Per essere precisi, i reggimenti erano formati da ufficiali bianchi e truppe di colore, ma insomma, fu pur sempre un inizio. Dal 1867 al 1885, varie unità di questi reggimenti furono di stanza appunto a Fort Davis, dove svolsero compiti importanti, tra cui garantire la sicurezza di passeggeri e vagoni postali sulla linea San Antonio – El Paso, costruire una linea telegrafica e lottare contro le scorribande degli Apache e dei Comanches, che, abitando da secoli queste terre, mal sopportavano l’avvento di coloni e minatori.

In questi giorni ho anche scoperto che Pecos Bill è esistito davvero, mentre io, nella mia ignoranza, pensavo fosse un altro personaggio di Jacovitti, tipo il fratello grande di Cocco Bill.

Si chiamava in realtà William Shafter e, come tenente del 9° cavalleggeri a Fort Davis, guidò i suoi uomini nell’esplorazione di una immensa zona di praterie, così estesa da non dare punti di riferimento e da obbligarlo a far piantare dei lunghi bastoni nel suolo per poter circoscrivere la zona, da cui il nome di “Staked Plains”, cioè “Pianure picchettate”.

Erano dei duri queste giacche azzurre, che un presidente del consiglio a caso definirebbe “abbronzate”. La maggior parte di loro era nata in schiavitù e sapeva quale sarebbe stata l’alternativa senza l’uniforme addosso. E dire che anche con l’uniforme le cose non andavano sempre benissimo, tant’è che da queste parti l’idea di essere difesi da un esercito “colorato” non è mai andata giù facilmente e gli episodi di intolleranza o rifiuto si sono susseguiti per decenni.

Mi permetto di aprire una piccola parentesi e di far notare un fatto che mi ha molto colpito: da quando ho lasciato San Diego, non ho praticamente visto una sola persona di colore. E due giorni fa il governatore della Virginia ha dichiarato che la schiavitù non è stata un fattore determinante nella adesione di quello stato alla causa sudista, o confederata, durante la Guerra Civile. Avrà anche ragione lui, ma mi sembra improbabile, se penso che nel 1860 in Virginia i neri rappresentavano il 60% della popolazione. Ed erano tutti schiavi. Non dico altro.

Il nome di “Buffalo soldiers” non si sa bene come sia nato, ma gli indiani c’entrano comunque. C’è chi dice che gli Apache lo usassero come segno di rispetto per il coraggio e la forza dimostrati da questi soldati “diversi”, altri sostengono che gli indiani facessero il parallelo tra la capigliatura nera e riccia dei soldati e il pelo assai simile che i bufali, o bisonti che dir si voglia, hanno sul capo.

La galleria di personaggi di cui si ritrovano le tracce cercando fra i ruderi di Fort Davis e nei libri della biblioteca è molto grande, ma due su tutti meritano una citazione.

La prima è per Cathay Williams, che fu un Buffalo Soldier per due anni, dal 1866 al 1868, e fin qua non ci sarebbe nulla di strano. Il bello è che era in realtà una donna a tutti gli effetti, e venne scoperta (e immediatamente cacciata via) solo quando fu obbligata ad una visita medica, due anni dopo il reclutamento.

Il che mi fa dubitare dei medici militari di ogni epoca, se è vero come è vero che all’ultima visita per la patente sono entrato con “obbligo di lenti” e sono misteriosamente uscito con 10 decimi. Ma tralasciamo.

La seconda citazione è per il tenente Henry Flipper, primo nero ad essere proclamato ufficiale all’accademia di West Point. Anche lui è stato per anni a Fort Davis, fin quando la corte marziale lo ha radiato per aver falsificatro dei registri e mentito ai superiori. In realtà, la questione era molto più complicata e aveva un evidente retroterra razzista.

Alla fine, infatti, l’esercito lo ha definitivamente riabilitato e il presidente degli Stati Uniti gli ha concesso il perdono ufficiale.

Peccato che il presidente in questione fosse Clinton, nel 1999, e che il tenente Flipper fosse morto nel 1940.

E poi dicono che i processi in Italia durano tanto tempo!

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