G26 Cammelli del West


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G 26 Brackettville (Tx) – Hondo (Tx) 132 km

Causa maltempo, ho dovuto cambiare itinerario, dato che la strada prevista dalla mia cartina era chiusa perché inondata. Questo mi ha dato modo di viaggiare su strade un po’ più trafficate e soprattutto di scoprire un altro paio di paesi della serie: “anche se non ci passavo stavo bene lo stesso”. Appena posso vedo di approfondire.

Ma dicevo ieri della storia delle truppe cammellate, che ho imparatro gironzolando per il museo di Fort Clark e che penso valga la pena di raccontare.

Per alcuni anni, prima della guerra civile americana, l’esercito sperimentò l’uso dei cammelli per cercare un’alternativa a muli e cavalli nel clima infuocato del Sud Ovest. Fu un sottufficiale che probabilmente aveva le letto le Mille e una notte a convincere i suoi superiori del vantaggio di questi animali che portavano carichi incredibili, erano abituati al caldo del deserto, potevano stare senza bere per giorni e non dovevano nemmeno essere ferrati. Ci vollero comunque anni, prima che l’idea si facesse strada nel mondo della politica, e persino dopo l’accordo del Ministro per la Guerra ci vollero anni per superare l’ostilità degli ambienti militari e di buona parte della stampa. Finalmente, nel 1855 fu stanziato un bilancio e una spedizione partì per nave, con destinazione la Tunisia, allo scopo di comperare cammelli. Comperarono il primo cammello che fu loro offerto e scoprirono che era di salute cagionevole. Non fosse stato un cammello l’avremmo chiamato una bufala. In realtà c’era la guerra di Crimea e gli animali validi erano tutti impegnati su quel fronte. I nostri eroi non si persero d’animo e fecero il giro di Malta, Grecia e Turchia (un po’ di turismo fa sempre bene) prima di approdare in Egitto, dove però l’esportazione di cammelli era proibita e fu necessaria un’intensa trattativa (con consistenti dazioni) per poter ripartire con la bellezza di 33 cammelli e cinque cammellieri/istruttori.

Punto importante: i cammelli erano tutti in buona salute e soprattutto garantiti a prova di frode, dato che nel suq vigeva la malsana consuetudine di gonfiare loro la gobba artificialmente per farli sembrare più belli. Un po’ come quelli che siringano i cocomeri per farli pesare di più. A quasi un anno dalla partenza da New York, la nave cammelliera tornò in patria col prezioso carico, che era nel frattempo aumentato di un’unità. Nessuno volle riconoscere la paternità del neonato cammellino, e il test del dna era di là da venire.

Gli animali vennero inviati a Fort Verde, a ovest di san Antonio, proprio dove sono passato io in bicicletta in questi giorni, e le loro qualità furono mostrate a soldati e civili curiosi, ad esempio caricando 4 o 5 quintali sulla schiena delle povere bestie.

L’anno dopo, i cammelli vennero impiegati per un’esplorazione della zona fra El Paso e il fiume Colorado e se la cavarono molto meglio di muli e cavalli. Addirittura quando la spedizione si perse nel deserto, furono i cammelli a trovare una sorgente d’acqua con il loro fiuto unico e a salvare così tutti quanti. Ma la storia non andò a buon fine. Il nuovo comandante militare del Texas, pur non avendo mai visto all’opera i cammelli, non li considerava degni di servire nell’esercito e preferì continuare con animali più nobili. Prese a pretesto le proteste di alcuni soldati che si lamentavano del cattivo carattere dei cammelli e del fatto che questi sputavano addosso e scalciavano la gente, con una netta preferenza per quelli che li trattavano male.

Poi si diceva che puzzavano e che spaventavano gli altri animali domestici. Insomma, gira e volta i cammelli vennero usati sempre meno, la guerra civile li vide inoperosi e fra il 1863 e il 1865 vennero tutti messi all’asta e venduti a zoo, circhi, miniere e privati. Altri rimasero al governo che, non sapendo cosa farsene, li lasciò liberi nel deserto. E qui comincia il bello.

Gli ultimi avvistamenti ufficiali di cammelli in libertà nel deserto risalgono a inizio ’900, ma c’è chi giura che ce ne sarebbero ancor oggi alcuni vivi in aree remote. Da subito dopo la loro liberazione, comunque, cominciarono a fiorire i racconti (e qualche leggenda). Il più bello è quello del Fantasma Rosso. Una donna venne trovata morta, calpestata da un grosso animale che lasciò grandi impronte di zoccoli nel terreno e ciuffi di pelo rosso nei rovi. Due minatori che dormivano videro la loro tenda distrutta da un bestione sconosciuto che lasciò pure impronte e pelo rosso come ricordo. Insomma si concluse che si trattava di un cammello, veterano dell’esercito.

Un agricoltore lo avvistò e dichiarò che sembrava portare una persona. Alcuni tecnici che facevano prospezioni minerarie videro pure il cammello col conduttore e qualcosa che rotolava a terra: era un teschio! Con questa testimonianza, la leggenda del Fantasma Rosso e del suo fantino decollato era nata e continuò per decenni a seminare il terrore nei ranch e nei villaggi del West. Finì solo nel 1893, quando l’ormai mitico cammello venne catturato da un rancher dell’Arizona mentre brucava tranquillo sui suoi pascoli. Non portava nessuno in groppa, solo delle cinghie di cuoio a cui era stato attaccato qualcosa o, appunto, qualcuno.

Chi? Quando? Perché? Qui sì che ci vorrebbe Lucarelli (quello che abita a Mordano, non quello che gioca nel Livorno).

Nessuno trovò mai risposta a questi interrogativi, neanche l’agenzia investigativa Pinkerton. Ma c’è da dire anche che nessuno si rivolse a Tex per risolvere il mistero.

E i cammellieri, in tutto questo? Si sa poco di loro, tranne che di uno, Hadji Ali, che gli americani prontamente ribattezzarono “Hi Jolly”, vista la totale incapacità di pronunciarne il nome. Hi Jolly rimase negli Stati Uniti, mise in piedi una ditta di trasporti via cammello, ma fece fallimento e liberò personalmente il suo ultimo cammello nel deserto del Gila. Quando morì nella cittadina di Quartzsite (vedi G-5), oggi famosa per il commercio di pietre e fossili e da cui sono passato il quinto giorno di viaggio, l’America, riconoscente, gli dedicò un mausoleo senz’altro all’altezza, tanto che sarebbe più giusto definirlo faraonico. Gli fece costruire, infatti, una piramide.

Con pragmatismo sbrigativo, la lapide parla di “Hi Jolly, nato da qualche parte in Siria nel 1828 circa”, ma almeno gli riconosce 30 anni di fedele servizio. Sempre meglio che una tomba al milite ignoto.

Viva dunque Hi Jolly, discendente di Tutankamon per parte di cammello e neo-faraone d’America!

 

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