G44 I have a Bianci

Un ettaro di terreno sulle colline di Modigliana (Forlì) ha una resa catastale di poche centinaia di euro. Un ettaro di terreno a Biloxi, stato del Mississippi, può rendere parecchi milioni di dollari all’anno. La differenza sta tutta nell’utilizzo.

Nel complesso dell’Hard Rock Cafe di Biloxi si trovano riuniti un albergo di venti piani, una sala per grandi concerti dal vivo e un tradizionale Hard Rock Cafe come lo conosciamo in Europa.

L’ettaro di terreno a cui mi riferivo, invece, è il casinò. La misura è simbolica, nel senso che il piano su cui si sviluppa la sala giochi di ettari ne misura più di due, se la misurazione approssimativa che ho fatto a passi può essere considerata affidabile.

Io non frequento molto spesso i casinò, ma una sala del genere me la immaginavo magari a Las Vegas e non in una cittadina costiera di 50.000 abitanti che cinque anni fa è stata praticamente distrutta dall’uragano Katrina. Ero indeciso se entrare in questo locale, ma alla fine il richiamo della gigantesca chitarra al neon che troneggia sul parcheggio e si vede da lontanissimo è stato troppo forte.

In Europa per entrare al casinò è richiesta come minimo la giacca e a volte la cravatta. Spesso sono vietati i jeans e quasi sempre le scarpe da ginnastica. In America è richiesto, fondamentalmente, di non essere nudi.

Del resto, in tantissimi esercizi commerciali vige la ferrea regola del No shirt, no shoes, no service, cioè bisogna indossare almeno le scarpe e una maglietta per essere serviti. I pantaloni, bontà loro, li danno per scontati.

Con i miei jeans e maglietta neri sembravo Armani circondato da una folla di terremotati del terzo mondo, nel senso che la gente, che qua in generale non si cura molto del proprio look, sembra curarsene ancora meno quando va a buttar via i soldi.

Per farla breve, questo Hard Rock è imponente e rispetto all’altra dozzina di casinò della città ha il vantaggio di poter sfruttare l’attrattiva del rock e la fama dei suoi idoli.

Alle pareti c’è di tutto: centinaia di chitarre di artisti, il vestito lungo indossato da Madonna, quello pieno di paillettes di Elton John, i pantaloni di uno degli ZZ Top e le mutande di un rapper a me sconosciuto.

Se mai divento una star del rock, offrirò i miei calzini da bici che sono partiti immacolati da San Diego e oggi sono color antracite, perché li lavo con i panni colorati.

Dal punto di vista alimentare è stata una serata strana, nel senso che, dopo aver detto peste e corna degli hamburger, ho finito per mangiarmene due in altrettanti posti diversi. Uno all’Hard Rock Cafe e l’altro da Anthony’s, un locale che deve la sua fama al fatto che ci andava a mangiare Elvis Presley quando era militare nella base aerea che è proprio di fianco al mio motel.

Ah, dimenticavo che in una vetrina del casinò fa bella mostra di sé anche l’uniforme (o una delle uniformi) che Elvis indossava mentre faceva, si fa per dire, la naja. Ma prima di abbandonarmi alle tentazioni della carne macinata e della birra (ovviamente in questa contea si beve alla grande!), mi ero attardato sul lungomare, dove sono stazionate varie televisioni che si stanno occupando del disastro ambientale del Golfo del Messico.

Quella più attiva è la TV pubblica canadese, la CBC, che è sul posto da quattro giorni in attesa che la macchia di greggio arrivi sulle spiagge della zona. Essendo ormai a corto di personalità da intervistare, la CBC ha pensato bene di intervistare anche i passanti e sono fiero di annunciare che ho fatto anch’io la mia parte.

Per cui nel notiziario di stasera l’ignaro telespettatore di Toronto ascolterà il parere di un ciclista italiano vestito come Armani che si trova per sbaglio sulla costa del Golfo del Messico e può raccontare anche quello che si dice in Luisiana, dato che era lì appena due giorni fa. Non saranno i quindici minuti di celebrità che Andy Warhol auspicava per tutti, ma ci siamo andati vicino .

Sulla battigia c’era anche Linda, attivista di uno dei maggiori gruppi ecologisti americani, che mi ha messo al corrente dell’evolversi della situazione e mi ha raccontato peste e corna dell’attuale governatore dello stato, che, come fece ai tempi di Katrina, ha già dichiarato che le operazioni di salvataggio e pulizia saranno affidate ai privati. Mi astengo da ogni commento.

Chi non si astiene dai commenti è Fox News, che ha sviluppato una tesi stupefacente: Obama ritarda volontariamente la risoluzione del problema nel Golfo perché vuole un disastro ecologico e così potrà vietare le trivellazioni al largo delle spiagge. Quando ho sentito questa storia non sapevo se ridere o piangere, ma si sa, noi europei siamo tutti troppo “liberal” per certi americani.

Resta il fatto che i media stranieri seguono la storia ancor più dei media nazionali. Persino una troupe italiana era qui ieri. La CNN, la ABC, la CBS e la stessa Fox passano quasi tutto il tempo a parlare del fallito attentato terrorista a New York, perché la sicurezza, sia essa personale o nazionale, è la vera ossessione di questo paese.

Stamattina una giornalista intervistava i vicini di casa dell’attenatore. Le loro figlie, come penso facciano di solito i bambini vicini di casa, giocavano insieme alle sue figlie. Domanda: “Ma quali giochi facevano?”. Ecco, quando si arriva a questo livello di stupidità, è meglio guardare i cartoni animati.

Intanto gli studi legali comprano spazi pubblicitari su tutte le stazioni tv e radio: se pensate di avere subito o di subire in futuro un danno qualsiasi a causa della fuga di greggio, basta telefonare. E così partecipate ad una class action, una delle tante cause collettive che sono già state lanciate. Se fossi il gran capo della British Petroleum (BP), sarei preoccupato!

Ma come sono finito a Biloxi? Non era previsto in effetti, ma stamattina, dopo aver ritrovato per strada il gruppo organizzato, ho deciso che non avevo voglia di seguire la loro strada di campagna, perché gli acquitrini, i boschi e i campeggi vanno bene, ma fino a un certo punto.

Domani sera o dopodomani ritroverò loro, Karman e forse qualcun altro degli “isolati” che battono la pista del Sud. Intanto, mi godo il casinò.

Chiudo con l’ultimo degli incontri di oggi, il più improbabile di una serie già abbastanza inverosimile: mentre torno in bici sul marciapiede che costeggia il lungomare, vedo un tipo bloccato al buio su una carrozzina a motore: ha attraversato la strada, ma non riesce a superare lo scalino del marciapiede.

È Joe, che tutto si aspetta fuorché un ciclista che si ferma, lo solleva e lo rimette in carreggiata. Joe viene dalla Luisiana ed è un veterano del Vietman, dove ha lasciato tanti commilitoni e un pezzo della gamba destra, dal ginocchio in giù. Mi dice che la guerra è una brutta storia. Lo sapevo già, ma detto da Joe fa un altro effetto.

Non c’è nessuno per fotografarci assieme, ma vuole che gli faccia una foto. Di sera usa la carrozzina che gli ha pagato l’esercito, ma di giorno, incredibilmente, usa la bicicletta. Mi dice, fiero: «I have a Bianci», perché da bravo americano “ch” si pronuncia “c”.

Mi commuove un po’ pensare che l’ha adattata come aveva fatto mia nonna, che non piegava più un ginocchio: un pedale bloccato, una sola gamba e un solo pedale che fanno il movimento, e via!

Anche mia nonna aveva una Bianci.

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