G45 Tu vuò fa’ l’americano (?)

Ennesima giornata di sole, con caldo umido e afoso, e temperatura ben oltre i 30 gradi.

Partenza da Biloxi ritardata alle 9.30 perché si fa sentire un po’ la fatica nelle gambe, ma per fortuna sono riuscito a prenotare per stasera l’ultima camera disponibile nell’unico motel di Dauphin Island, in Alabama.

Questa non è certo alta stagione turistica, ma tutta la costa della Luisiana, del Mississippi e ora dell’Alabama è invasa da torme di giornalisti, tecnici e fotografi all’inseguimento della temuta marea nera che gioca a rimpiattino a qualche miglio dalla costa, per poter essere i primi a documentarne l’arrivo a terra.

E poi ci sono le migliaia di uomini, volontari e non, messi in campo dalle autorità per prepararsi a parare il colpo. Di fronte al mio motel, ieri, alcune dozzine di persone stavano pulendo la spiaggia e si allenavano a stendere le centinaia di metri di barriera colorata che dovrebbe, se non impedire, almeno limitare l’arrivo del greggio.

Chilometri di barriera sono già stati stesi nei punti d’inquinamento più probabili, anche se, a vederli così, non sembrano il massimo, soprattutto se il mare dovesse ingrossare.

Si comincia comunque a sentire aria di mobilitazione generale, e le grandi emittenti televisive si stanno finalmente concentrando sul problema dell’ambiente e del meteo.

La CNN, addirittura, ha chiesto scusa ai telespettatori per aver sottovalutato le inondazioni che hanno sconvolto Nashville e domani trasmetterà il suo notiziario proprio da lì.

Non ricordo più chi mi avesse consigliato in un messaggio di fare un salto a Nashville, ma se avesse visto le immagini dell’edificio scolastico che passava di fianco ai camion, trascinato dalla corrente, forse avrebbe cambiato idea .

Ed è così che ho preferito prendere la direzione della costa lungo la mitica Highway 90, una delle poche che uniscono la costa atlantica a quella del Pacifico e che in quanto tale ha rappresentato una delle arterie vitali del paese, fino a quando non è stata rimpiazzata dalla I 10, più nuova, più diretta, più larga, più tutto.

È la stessa cosa che è successa alla ancor più mitica Route 66, che rimane viva soprattutto nel ricordo dei bikers, gli irriducibili che la percorrono ancora da costa a costa a cavallo della Harley (a proposito, devo ancora estrarre il vincitore del concorso).

Dopo poche miglia, mi sono imbattuto in un monumento ai caduti della guerra del Vietnam e mi sono fermato a visitarlo. È una specie di parco del ricordo, con monumenti, statue, esemplari di armamenti e due muri con i nomi dei morti originari dello stato del Mississippi. Vi ho incontrato due veterani, Samuel e Don. A loro è andata bene: sono venuti a rendere omaggio ad alcuni loro amici.

È andata con loro come spesso mi succede durante questo viaggio; cioè, la gente mi rivolge la parola perché fa fatica ad immaginare che esista un mezzo di trasporto diverso dall’automobile.

Poi, finite le mie spiegazioni, comincia a raccontarmi la sua vita.

Sam ha fatto tutta la sua carriera nei marines, ha visitato tutta l’Europa ed è rimasto innamorato di Napoli, dove ha soggiornato per parecchio tempo.

Ma mi ha anche raccontato del Vietnam, anzi del “Nam”, come lo chiamano quaggiù, e di come si sia arruolato appena finite le superiori perché difficilmente avrebbe avuto i mezzi per continuare a studiare e ancor più difficilmente avrebbe trovato un lavoro adeguato.

È incredibile sentirlo dire candidamente che quando si è arruolato ha chiesto solo che gli venisse dato un mitragliatore. Eccome se gliel’hanno dato, un grande M 60, come quello, mi fa vedere, che porta stampigliato sul berretto. E come quello, aggiungo io, che si vede nei primi film di Rambo.

Parlare con Samuel mi ha fatto riflettere per un attimo su cosa sia veramente questo “sogno americano” di cui tutti si riempiono la bocca e confesso di avere più dubbi di prima. All’entrata del parco una lapide ricorda che la guerra è durata dal 1958 al 1973.

A Poplarville, quel lugubre ripostiglio di anime astemie ma pur sempre fetide in cui ho pernottato due giorni fa, l’ultimo caso di linciaggio risale al 1959. La vittima era un nero, ovviamente, come Samuel e Don, per cui faccio fatica ad allontanare da me l’idea che a quell’epoca il sogno americano si limitasse ad una scelta fra la povertà a vita, la discriminazione (o il linciaggio) e il Vietnam.

La settimana scorsa il presidente Obama ha commemorato con una cerimonia molto intensa una trentina di minatori rimasti intrappolati sottoterra in una miniera di carbone. Ha detto che questi poveretti cercavano di migliorare il destino loro e delle loro famiglie, e “quindi stavano cercando di realizzare il sogno americano”.

Il sogno americano in miniera? Mah, io riuscirei ad immaginare tante altre maniere meno pericolose di realizzare il mio sogno… E se il sogno americano vuol dire non soltanto uscire dalla miseria, ma anche raggiungere migliore qualità di vita e vere opportunità di avanzamento sociale, allora anche l’America ha ancora parecchia strada da fare.

Qualche esempio in libertà, per illustrare quello che mi passa per la testa.

In una piccola stazione di servizio dopo Silsbee vedo affisso l’annuncio di una donna del luogo, da poco vedova: il figlio, falegname con famiglia a carico, si ammala di tumore. Non ha assicurazione medica. Si accettano donazioni per pagare le cure.

Casi del genere ne ho visti parecchi in queste campagne. Chiedo sempre, e sempre sono casi autentici di gente del luogo.

Ron, il californiano con cui ho viaggiato per un paio di giorni, mi racconta di un suo conoscente: un giovane ammalato gravemente si ritrova da un giorno all’altro senza copertura medica perché questa faceva capo a suo padre, deceduto improvvisamente.

Todd, il pompiere del Connecticut con cui ho pure viaggiato per qualche giorno, dieci anni fa si è salvato grazie a cure e interventi costosissimi. Non avesse avuto un’assicurazione medica adeguata, oggi non sarebbe qui a raccontare il fatto, visto che lo stato fino ad oggi garantisce a tutti solo un livello minimo di assistenza, insufficiente per affrontare i casi più gravi, anzi, più costosi, il che è ancora peggio. E poi alcuni mi dicono ancora che la riforma di Obama è sbagliata? Non so veramente più cosa pensare.

Un ultimo esempio, di tipo diverso. Ogni volta che incontra una caserma dei pompieri, Todd si ferma per uno scambio di gagliardetti. Un giorno mi sono fermato con lui. Scopro che tutti i pompieri sono volontari e che non viene rimborsata loro una lira: la contea non ha soldi e può pagare solo le attrezzature. Questo, in una zona ad alta incidenza di incendi boschivi.

Due sere dopo mi trovo a Simmersport, dove ci dicono che il locale dove dovevamo mangiare è andato in fiamme.

Sapete qual è stato il tempo di intervento dei pompieri, ovviamente volontari? Cinquantacinque minuti! Evidentemente il sogno americano non prevede norme antincendio.

Il proprietario, giustamente furibondo, ha trovato lo stesso il tempo di raccontarmi dei suoi nonni italiani, lei Rosy Teresa Torino (per giunta di Torino) e lui Salvatore Madia (di Napoli). A forza di storpiature anagrafiche, adesso il cognome è diventato Maddie, che sarà pure un nome di donna, ma perlomeno ha il grande vantaggio di sembrare americano. Un altro sogno americano realizzato!

Mi fermo, perché magari sto tirando dei fili sbagliati e rischio solo di ingarbugliare la matassa.

Però mi viene in mente che anch’io, alla mia maniera, una volta ho realizzato uno dei sogni più ambiti, quello di cambiar nome.

Dopo un anno a Bruxelles, misi un annuncio per vendere una Fiat 128 coupé scassatissima, con cui ero già rimasto a piedi più volte. Immaginando che nessuno avrebbe comprato un mezzo simile, per di più venduto da un italiano, mi inventai uno pseudonimo che più belga non si poteva: firmai “Emil Van den Berg”, traduzione letterale del mio nome.

Ne fui fiero.

Avevo realizzato il mio grande sogno fiammingo.

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