G47-48 Io sono un italiano…

… un italiano vero ?

Secondo il censimento del 2006, gli italo-americani sono il quinto gruppo etnico degli Stati Uniti. Il loro numero è stimato a 17,8 milioni di persone, ovvero 6% della popolazione.

Prima di partire avevo fatto qualche ricerca sulla comunità italo-americana di San Diego, ma avevo deciso di non approfondire questa dimensione del mio viaggio. Ebbene, per alcuni giorni mi sono ritrovato, senza rendermene conto, al centro dell’emigrazione italiana nel sud degli Stati Uniti, che si è concentrata soprattutto in Luisiana.

Tutto è stato molto casuale. Tornando verso la macchina durante il giorno di riposo a New Orleans, mi sono imbattuto in un’opera architettonica insolita, chiamata Piazza d’Italia. Pensavo ad un resto di qualche manifestazione culturale o alimentare, e invece ho scoperto trattarsi di un monumento in stile post-modernista eretto dall’architetto Charles Moore, che dal 1978 rende omaggio allo speciale contributo che la comunità italiana ha dato allo sviluppo di New Orleans.

È un punto d’incontro della comunità, e serve da sfondo all’altare votivo che ogni anno viene eretto in occasione della festa di S. Giuseppe, uno dei santi più venerati in Sicilia. E sono infatti siciliani d’origine quasi tutti gli italo-americani di New Orleans e della Luisiana. Basta dare un’occhiata alle pagine bianche di qualsiasi città dello stato e si troveranno lunghe file di Alessi, Anzalone, Genovese, Levatino, Miceli, Pecoraro, Sinagra, Russo, Zabbia, ecc. Sono perlopiù i discendenti di terza o quarta generazione di quei siciliani che presero la decisione di emigrare nel corso del 19° secolo in cerca di un destino migliore.

Cominciarono facendo quello che sapevano fare meglio, cioè lavorare la terra, dapprima prendendo il posto degli schiavi liberati, poi acquisendo man mano terreni e lanciando la coltura delle fragole, fino al punto da trasformare la Luisiana nel maggiore stato produttore; seguirono le attività artigianali tradizionali e la ristorazione.

Dal 1850 al 1870 New Orleans poté vantare un numero di abitanti nati in Italia maggiore di qualsiasi altra città negli Stati Uniti, New York compresa.

In risposta a chi mi chiedeva notizie degli italiani che combatterono nelle file dei Confederati durante la Guerra Civile, posso dire che, effettivamente, nel 1862 vennero create tre Brigate Europee, composte in gran parte da persone non ancora naturalizzate, che vennero chiamate a difendere la città in assenza dell’esercito regolare, inviato a contrastare l’avanzata dei “nordisti”. In realtà questi soldati improvvisati si occuparono soprattutto di mantenere l’ordine a New Orleans, sia prima sia dopo la resa all’esercito federale.

Il Battaglione delle Guardie Italiane, al comando del maggiore Della Valle, faceva parte del 6° Reggimento ed era composto da circa 500 uomini. Gli archivi conservano ancora la lista di 341 dei loro nomi.

L’ emigrazione italiana in Luisiana è stata tutto fuorché facile. Razzismo, pregiudizi e discriminazione sono stati all’ordine del giorno per decenni. Il culmine fu il linciaggio di 11 italiani a New Orleans nel 1892. Tutto cominciò due anni prima, quando il capo della polizia di New Orleans, David Hennessy, venne assassinato.

Dopo l’arresto di centinaia di persone, la lista dei sospetti venne ridotta a 19 siciliani, ritenuti affiliati alla “Mano Nera”, come era conosciuta la mafia all’epoca. Ma i primi processi scagionarono alcuni imputati e questo scatenò la reazione popolare.

La prigione venne presa d’assalto e 11 persone, alcune ancora in attesa di processo, vennero linciate. Il governo americano, a mo’ di riparazione, versò 25.000 dollari alle autorità italiane. Alcuni anni fa questa vicenda venne ripresa nel film “Vendetta”.

Ho anche ritrovato un articolo negli archivi del New York Times in cui si dà conto del linciaggio di altri cinque italiani (tre naturalizzati) nel 1899. Questo per dire che episodi simili si sono verificati per anni e non solo in Luisiana, bensì in tutte le aree di grande emigrazione di connazionali.

Lasciando da parte questi aspetti tristi e macabri, si deve anche ricordare l’apporto che gli italiani diedero allo sviluppo della musica, che tanta parte ha nella cultura di questi luoghi.

È un fatto che le radici del jazz si ritrovano attorno a Congo Square, a New Orleans, dove gli schiavi si ritrovavano per suonare e cantare ogni domenica, giorno, per così dire, di libertà.

Ma è anche vero che gli “Original Dixieland Jazz Band” di Nick La Rocca, noti come i “creatori del jazz” a inizio del ventesimo secolo, vantavano ben due musicisti di origine italiana su cinque.

Da notare ancora che negli stessi anni il “Quartiere Francese” era noto come la “Piccola Palermo”.

L’incontro con gli italo-americani di oggi è stato, come dicevo, casuale. Mi sono fermato nella città di Amite per fare un po’ di spese. Appena ho detto alla cassiera che ero italiano è saltato fuori che il proprietario del negozio di alimentari è Nicola Ardillo, siciliano di terza generazione.

A quel punto è stato quasi obbligatorio fermarmi una mezzoretta nel retrobottega a parlare con lui, sua cugina Giusi e con Maria, la vera matriarca della famiglia che, ferma nella sua sedia, teneva il filo della discussione.

È stata un’esperienza molto intensa, a suo modo commovente.

Nessuno dei tre parla veramente italiano: si spiegano in un americano tutto loro, con l’accento tipico dello stereotipo dell’ emigrato italiano, e allo stesso tempo conoscono il dialetto del villaggio a sud di Palermo da cui provenivano i loro nonni.

Nessuno è mai stato in Italia, e ammettono che ormai non ci andranno più, a causa degli acciacchi della vecchiaia.

Eppure vanno fieri di questa loro origine e parlano di sé, dei loro vicini e amici come “italiani”. A Independence, la cittadina più vicina, gli “italiani” sono addirittura la maggioranza degli abitanti, hanno eletto il sindaco e litigano su come e dove organizzare l’altare di san Giuseppe!

Peccato che la settimana di festeggiamenti abbia avuto luogo in aprile; penso di aver perso qualcosa di irripetibile e, purtroppo, destinato a scomparire.

La mattina dopo, a Franklinton, mentre facevo colazione da McDonald (ebbene sì, ho fatto anche questo), stessa scena.

Brittany, la giovane che mi serve il vassoio, nota la maglia azzurra, mi chiede da dove vengo e sorridendo mi dice: “I am Italian too!”, cioè “anch’io sono italiana”. Viene a sedersi al tavolo, mi racconta che, pur detestandolo, lavora in quel posto per guadagnare un po’ di soldi. Di cognome fa Corona, ma non ha idea di dove fosse originaria la famiglia del bisnonno emigrato. Di italiano non parla una parola, dell’Italia non sa praticamente niente.Il suo sogno più grande? Andare in Italia.

Brittany è giovane e, a differenza degli Ardillo, ce la può fare a realizzare il suo sogno.

Spero solo che il destino non sia crudele con lei. Potrebbe scoprire di avere un lontano parente fotografo che di nome fa Fabrizio. In quel caso, sarei io il primo a consigliarle di realizzare il sogno americano di tanti: cambiare nome.

Brittany Crown sarebbe perfetto!

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