G51 Trasporti eccezionali

Secondo USA Today, uno dei pochi quotidiani nazionali che ogni tanto si trova in vendita in qualche distributore automatico, tra il 2008 e il 2009 oltre 37 milioni di americani (il 12,5% della popolazione) hanno cambiato indirizzo. Questo vuol dire che, teoricamente, nel giro dei prossimi sei anni tutta la popolazione degli Stati Uniti avrà traslocato.

In realtà le cose non stanno proprio così. Molti rimarranno tranquilli nelle loro case, ma una buona percentuale di cittadini traslocherà varie volte.

E perché dovrei traslocare, si chiede l’italiano medio, bamboccione o presunto tale, che sta benissimo a casa propria,con i nonni al piano di sotto che gli fanno gratis da babysitter? In America, evidentemente, si ragiona in un altro modo.

Gli esperti di demografia e soprattutto gli economisti non sono ancora soddisfatti della percentuale di traslochi a cui si è arrivati l’anno scorso e si lamentano perché, testualmente, siamo ai valori minimi della mobilità, che è l’essenza stessa del mercato del lavoro ed è importante per i giovani!

Addirittura è considerato strano che il 67% di tutti i traslochi sia avvenuto all’interno della stessa contea (cioè all’interno di una nostra provincia), il 17% verso un’altra contea e “soltanto” il 12% verso un altro stato dell’Unione.

E chi ha traslocato? Secondo il Census Bureau, cioè l’ufficio governativo che analizza i dati demografici, soprattutto chi ha avuto meno accesso all’istruzione e possiede meno qualifiche professionali.

Nel dettaglio, chi ha traslocato di più sono i Neri, gli Ispanici e gli Asiatici. Guarda guarda, il fatto mi ricorda i termini di un’equazione che mi ero permesso di fare alcuni giorni fa e che metteva in rapporto l’obesità con la mancanza di istruzione…

Comunque, quello che fa riflettere un europeo è la lettura che di questi dati viene fatta in America. L’opinione prevalente è che è importante che la gente si muova (cioè traslochi) verso le nuove opportunità, perché questa è la pietra angolare della nostra economia, fondata sullo sviluppo di nuove idee.

Tradotto in italiano del 21° secolo, questa si chiama non tanto mobilità, che è giusta e necessaria, ma flessibilità all’ennesima potenza. Qui è Maometto che va alla montagna, nella misura in cui i posti di lavoro si spostano e la gente si muove (cioè trasloca) per andarli a ritrovare. Mi fermo qua, perché non faccio il sociologo di professione e mi guardo bene dal trarre conclusioni affrettate: mi limito a mettere sul tavolo questi dati, per permettere ad ognuno di dare una sua interpretazione.

Il motivo per cui parlo di questa storia è molto più semplice. Infatti mi permette di capire meglio un fenomeno che da due mesi a questa parte ho osservato con allarmante frequenza sulle strade che ho percorso in bicicletta: il trasporto delle case. Detta così sembra una strampaleria, ma provate voi ad essere fermati dalla polizia dieci volte in un solo giorno su una statale, perché nell’altro senso arriva una fila di autoarticolati che trasportano ognuno una mezza casa, e mi direte se la cosa non vi colpisce!

Ho chiesto conferma ai miei più o meno regolari compagni di traversata, e l’opinione comune è che negli stati del sud che abbiamo attraversato circa un terzo delle case che si vedono sono cosiddette “case mobili”. In poche parole, sono case prefabbricate che vengono assemblate in fabbrica e successivamente trasportate dove il proprietario desidera installarsi. Esiste il modello semplice e quello doppio, per cui il trasporto può richiedere uno o due camion, a seconda.

Hanno l’immenso vantaggio di costare poco, almeno secondo le pubblicità che partono dagli 80.000 dollari circa. Un altro grande vantaggio è la portabilità, e qui mi ricollego al discorso dei traslochi legati al posto di lavoro.

La fabbrica chiude in California perché le tasse sono troppo alte e si sposta in Florida? Nessun problema, l’operaio “medio” fa caricare la sua bella casina di metallo e plastica su un TIR (o due se la casa è doppia) e la fa depositare nello stato di destinazione in un apposito parco per case mobili, che diventa il suo nuovo quartiere. Pochi giorni e il trasloco di una famiglia è fatto.

Il basso costo della struttura ha anche il vantaggio ulteriore che quando, diciamo dopo un 10-15 anni, la casa comincia a cadere a pezzi e il tetto ad arrugginire, non pochi proprietari se ne disfano, il che spiega il numero impressionante di carcasse abbandonate che si vedono soprattutto nelle zone rurali. Un’alternativa è quella di rivenderle in tempo, anche se il deprezzamento è altissimo. Un altro fattore che ha favorito il boom delle case mobili è il fatto che per anni sono state tassate come veicoli, e non come (è il caso di dirlo) immobili. Ma abitare in case del genere ha anche qualche controindicazione. La prima è di carattere estetico, dato che per i canoni di un europeo esse vanno dal brutto all’orribile, ma questo per gli americani è un dettaglio trascurabile.

Più grave è il fatto che sono molto più fragili di una casa vera, e visto che quaggiù i tornado ci sono sul serio, ogni volta che ne arriva uno fa una strage. Il tetto, mi diceva proprio oggi un operaio che ne stava montando uno, è fatto di lamiera galvanizzata di spessore 26 gauge, che vuol dire mezzo millimetro! E non possono dargli nemmeno lo spiovente necessario, altrimenti quando le trasportano in camion non passerebbero sotto i ponti dell’autostrada.

Di solito, queste case o sono piazzate su una piattaforma di cemento, o sono appoggiate ad una serie di pilastri più o meno alti, per proteggerle dal pericolo di inondazioni. Questa protezione funziona fino ad un certo punto. La settimana scorsa a Nashville è caduto quasi un mezzo metro di pioggia in dodici ore e il risultato di queste precipitazioni mai viste è stata un’inondazione pure mai vista prima.

Tutte le tv hanno trasmesso le immagini spettacolari, e tremende allo stesso tempo, di una casa mobile adibita a scuola, che navigava allegramente sospinta dalla corrente e faceva a gara con automobili, tronchi, armadi, tetti solitari e oggetti vari in libertà.

Fra i concorrenti di questa gara in stile Mad Max, anche un bel camion galleggiante con il pianale, che magari era servito proprio per trasportare quella casa-scuola.

Era quello che noi profani chiameremmo un TIR.

Trasporto Immobili Residenziali.

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