Piccolo è bello

È raro incontrare qualcuno mentre si ordina un panino, ma qui succede anche questo. Stavolta mi ha fregato l’accento troppo “inglese”, che da queste parti ti qualifica senza scampo come uno straniero, forse un europeo, sicuramente un “alieno”, come dicono gli americani.

E pensare che ero vestito anch’io in jeans e non mi sentivo troppo alieno mentre ordinavo l’accoppiata micidiale, vale a dire un panino al roastbeef e un tè verde. Comunque sia, ho già avuto modo di constatare che da queste parti la gente è naturalmente disponibile al contatto e genuinamente interessata a quello che l’altro ha da raccontare, tanto più se l’ “altro” viene dall’Italia.

Frankie e Joe Estes non fanno eccezione alla regola, anzi la confermano in pieno. Appena abbozzata la storia della traversata in bici, mi hanno invitato al loro tavolo e ci siamo messi a parlare. Per farla breve, finito il “lauto” pasto mi hanno invitato a visitare il loro ranch, e questo per due motivi. Testualmente: “primo, perché qui al sud la gente è così, secondo perché una cosa è vedere un ranch dalla strada, altra cosa è girarci dentro”.

Ragionamento assolutamente impeccabile, e io che non avevo un granché da fare salvo scrivere il mio blog, ho accettato di corsa. Detto fatto, sono salito sulla jeep dei miei nuovo amici e dopo 15 miglia siamo arrivati a casa loro.

Diciamo subito che Frankie e Joe abitano da soli tre anni in zona, e che in realtà hanno comperato un “piccolo” appezzamento di terreno appartenente ad un ranch per costruirci la loro nuova casa.

Capiamoci bene: gli aggettivi “piccolo” e “grande” in Texas hanno un significato diverso rispetto a quello solitamente accettato dal vocabolario italiano. Infatti il terreno su cui la casa è stata costruita è di “soli” 60 acri, grossomodo 25 ettari, tanto per non sentirsi soffocare dalla presenza dei vicini!

La proprietà da cui proviene il terreno, il vero e proprio ranch di cui abbiamo incontrato il proprietario con pick-up e cappellone d’ordinanza, fa all’incirca 3.000 acri, ossia 1.400 ettari. Ecco, in Texas questo è considerato un ranch piccolino, visto che ve ne sono tantissimi che spaziano su decine di migliaia di ettari.

Joe mi ha caricato su un veicoletto a motore 4×4 a due posti e mi ha fatto fare un giro bellissimo dentro la realtà del territorio. Mi ha raccontato che i cactus misteriosi che vedo da giorni si chiamano “cholla” e che i frutti multicolori che producono in questo periodo sono una ghiottoneria per le mucche.

Mi ha mostrato le piante di yucca in fiore e mi ha spiegato che l’unico animale impollinatore è una falena, una farfalla notturna il cui ciclo vitale è sincronizzato con questa fioritura: potenza dell’evoluzione.

Darwin da lassù, annuiva soddisfatto.

Insieme abbiamo osservato le querce, le cui foglie incredibilmente stanno ingiallendo ora. Fra qualche giorno cadranno e nel giro di due settimane al massimo rinasceranno: l’autunno-inverno più breve che io abbia mai visto. E per di più, fuori stagione!

Abbiamo ammirato il panorama potente che si gode da qua, fatto di montagne brulle coperte di massi levigati che, anche senza volere, fanno pensare al terreno ideale per un agguato alla diligenza.

Abbiamo fatto il giro dei pozzi d’acqua che servono ad alimentare il bestiame, le vacche di razza Hereford dalle zampe corte che pascolano beate fra l’erba in apparenza secca e mangiano avide i frutti dei cactus, a costo di riempirsi di spine.

A proposito, il rapporto teorico ideale fra numero di bestie e grandezza del pascolo dovrebbe essere di una mucca ogni 100 acri di terreno! Qui, vista l’abbondanza di acqua sotterranea che permette anche la crescita di alberi, il rapporto è molto più alto, ma la sensazione d’insieme è che la proprietà sia vuota. In tutto, avremo incontrato 10 animali tra sì e no.

Dicevo acqua sotterranea, ma forse è meglio parlare di fiume sotterraneo, senza per questo scomodare gli esperti di fenomeni carsici. Anzi, in Arizona e anche in Texas si usa una bellissima espressione che non conoscevo: “upside down river”, letteralmente “fiume alla rovescia” o sottosopra.

In realtà tutti usano il termine spagnolo “arroyo” quando mostrano il letto di un torrente completamente secco. Ma sotto la superficie della terra il fiume continua a scorrere, coperto da uno strato argilloso che lo protegge, inter alia, dall’evaporazione. Quando piove, il fiume corre su due piani, come a dire un pian terreno e una cantina.

Questo è dunque l’interno di un “piccolo” ranch, vicino di casa di quello dove furono girate per 15 anni le scene di “Bonanza”, famosissimo anche in Italia quando ancora si soleva parlare di “sceneggiato a puntate”. Oggi chissà perché, sarebbe una “soap opera”.

Frankie ci ha offerto un gelato per ristorarci dopo le fatiche del giro d’esplorazione, mi ha mostrato la casa e l’interno del maxi-camper, che sembra, anzi è, un appartamento di 200 metri quadri.

Abbiamo trovato il tempo di non essere d’accordo sul senso profondo della riforma medica di Obama.

Abbiamo discusso del confine bollente col Messico e della situazione degli indiani d’oggi, o “natives” come va di moda chiamarli.

Una breve parentesi a proposito di questi ultimi, per raccomandare caldamente un sito (www.memory.loc.gov/) segnalatomi da Valentina e Rodolfo che ringrazio di cuore, dove si trovano centinaia di foto di Indiani d’America realizzate dal fotografo etnografo Edward Curtis tra fine ‘800 e inizio ‘900.

Ma torniamo ai miei anfitrioni. Alla fine, si è parlato anche dell’origine di questo loro cognome così insolito, Estes, ed è saltata fuori una possibile connessione col nostro paese. Si sapeva che gli “Estes” sono arrivati in America dall’Inghilterra, dove compaiono attorno al 1400. Ma studi genealogici recenti puntano verso una preesistente origine italiana, vuoi con un legame diretto alla famiglia Este di Ferrara, vuoi con i Mongoli che giunsero a Venezia al seguito di Marco Polo e che vennero ribattezzati come “coloro che vengono dall’Est”, da cui la facile trasformazione nel cognome attuale. Storia affascinante, comunque la si guardi, che ci riporta ad un passato misterioso e in ogni caso a un mondo in cui il viaggio era un’avventura in piena regola, altro che una biciclettata in America .

Cosa potevo dire a due persone così squisitamente ospitali, che hanno aperto il loro “piccolo” regno ad un perfetto sconosciuto un po’ matto di passaggio nella loro città? Solamente grazie.

Ho abbracciato Frankie, che vorrebbe tanto venire in Italia, e le ho detto che sarei felice di aprirle la mia casa, per due motivi.

Primo, perché in Italia (e in Romagna in particolare) siamo fatti così.

Secondo perché una cosa è vedere i miei ulivi dalla strada, altra cosa è girarci in mezzo.

Terzo giorno di riposo

Non avevo mai capito bene a quale soldato si riferisse Bob Marley quando cantava:

Buffalo soldier, dreadlock rasta
There was a buffalo soldier in the heart of America 
Stolen from Africa, brought to America
Fighting on arrival, fighting for survival…

Ebbene, riposandomi per due giorni a Fort Davis, Texas, l’ho finalmente capito. Alla fine della Guerra Civile americana, il Congresso decise di ampliare l’esercito e con una legge del 1866 creò un certo numero di nuovi reggimenti di cavalleria e di fanteria. Di questi nuovi reggimenti, due di cavalleria (il 9° e 10°) e quattro di fanteria (il 38°,39°,40° e 41°) dovevano per legge “essere composti da uomini di colore”, che diventarono noti in seguito come “buffalo soldiers”.

Per essere precisi, i reggimenti erano formati da ufficiali bianchi e truppe di colore, ma insomma, fu pur sempre un inizio. Dal 1867 al 1885, varie unità di questi reggimenti furono di stanza appunto a Fort Davis, dove svolsero compiti importanti, tra cui garantire la sicurezza di passeggeri e vagoni postali sulla linea San Antonio – El Paso, costruire una linea telegrafica e lottare contro le scorribande degli Apache e dei Comanches, che, abitando da secoli queste terre, mal sopportavano l’avvento di coloni e minatori.

In questi giorni ho anche scoperto che Pecos Bill è esistito davvero, mentre io, nella mia ignoranza, pensavo fosse un altro personaggio di Jacovitti, tipo il fratello grande di Cocco Bill.

Si chiamava in realtà William Shafter e, come tenente del 9° cavalleggeri a Fort Davis, guidò i suoi uomini nell’esplorazione di una immensa zona di praterie, così estesa da non dare punti di riferimento e da obbligarlo a far piantare dei lunghi bastoni nel suolo per poter circoscrivere la zona, da cui il nome di “Staked Plains”, cioè “Pianure picchettate”.

Erano dei duri queste giacche azzurre, che un presidente del consiglio a caso definirebbe “abbronzate”. La maggior parte di loro era nata in schiavitù e sapeva quale sarebbe stata l’alternativa senza l’uniforme addosso. E dire che anche con l’uniforme le cose non andavano sempre benissimo, tant’è che da queste parti l’idea di essere difesi da un esercito “colorato” non è mai andata giù facilmente e gli episodi di intolleranza o rifiuto si sono susseguiti per decenni.

Mi permetto di aprire una piccola parentesi e di far notare un fatto che mi ha molto colpito: da quando ho lasciato San Diego, non ho praticamente visto una sola persona di colore. E due giorni fa il governatore della Virginia ha dichiarato che la schiavitù non è stata un fattore determinante nella adesione di quello stato alla causa sudista, o confederata, durante la Guerra Civile. Avrà anche ragione lui, ma mi sembra improbabile, se penso che nel 1860 in Virginia i neri rappresentavano il 60% della popolazione. Ed erano tutti schiavi. Non dico altro.

Il nome di “Buffalo soldiers” non si sa bene come sia nato, ma gli indiani c’entrano comunque. C’è chi dice che gli Apache lo usassero come segno di rispetto per il coraggio e la forza dimostrati da questi soldati “diversi”, altri sostengono che gli indiani facessero il parallelo tra la capigliatura nera e riccia dei soldati e il pelo assai simile che i bufali, o bisonti che dir si voglia, hanno sul capo.

La galleria di personaggi di cui si ritrovano le tracce cercando fra i ruderi di Fort Davis e nei libri della biblioteca è molto grande, ma due su tutti meritano una citazione.

La prima è per Cathay Williams, che fu un Buffalo Soldier per due anni, dal 1866 al 1868, e fin qua non ci sarebbe nulla di strano. Il bello è che era in realtà una donna a tutti gli effetti, e venne scoperta (e immediatamente cacciata via) solo quando fu obbligata ad una visita medica, due anni dopo il reclutamento.

Il che mi fa dubitare dei medici militari di ogni epoca, se è vero come è vero che all’ultima visita per la patente sono entrato con “obbligo di lenti” e sono misteriosamente uscito con 10 decimi. Ma tralasciamo.

La seconda citazione è per il tenente Henry Flipper, primo nero ad essere proclamato ufficiale all’accademia di West Point. Anche lui è stato per anni a Fort Davis, fin quando la corte marziale lo ha radiato per aver falsificatro dei registri e mentito ai superiori. In realtà, la questione era molto più complicata e aveva un evidente retroterra razzista.

Alla fine, infatti, l’esercito lo ha definitivamente riabilitato e il presidente degli Stati Uniti gli ha concesso il perdono ufficiale.

Peccato che il presidente in questione fosse Clinton, nel 1999, e che il tenente Flipper fosse morto nel 1940.

E poi dicono che i processi in Italia durano tanto tempo!


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[alert close=”no”]G 19 Van Horn (TX) – Fort Davis (TX) 148 km[/alert]

Secondo giorno in cui mi allontano dal turbolento confine messicano e dalla frontiera naturale, il Rio Grande, di cui spesso si parla come del fiume “largo un miglio e profondo un piede”.

Il bello di questo corso d’acqua, che ritroverò tra qualche giorno a Del Rio, è che nel corso della storia ha cambiato più volte di percorso, dando origine a infinite liti tra America e Messico per questioni di confine; l’ultima è stata risolta con un trattato quando era presidente Johnson nel 1967, dopo 60 anni di discussioni!

Comunque, come previsto, la tappa è stata durissima. Prima parte buona, lungo la strada di servizio che corre parallela all’autostrada interstatale I-10, poi la svolta di 90° verso sud e comincia il calvario.

37 miglia di salita (60 km) e di saliscendi (più sali che scendi), ma soprattutto vento contrario costante, con folate che riducono la velocità a 4-5 miglia all’ora.

Paesaggio monotono, arido, con poca erba secca, qualche mucca e macchia desertica, con tante piante di yucca e altri cactus per me misteriosi, ma che in questi giorni stanno producendo frutti multicolori. Almeno, penso siano frutti. In ogni caso, bellissimi. Tutto il terreno è recintato e fa parte di alcuni ranch, che si vedono in distanza. Uno ha pure una pista per aerei. Questo perché tante di queste proprietà non sono vere attività agricole o allevamenti redditizi, bensì sono proprietà di milionari che le usano come fiore all’occhiello. Della serie: “Cosa ne diresti di salire sul mio aereo, che andiamo a prendere il caffè nel mio ranch in Texas?” Si può dire di no a una proposta del genere?

Se vi interessa questo tipo di vita, le possibilità sono due: o vi date da fare per incontrare un/a milionario/a fornito di ranch, oppure comperate un pezzo di terra e costruite. In questo caso, confermo che si vendono pezzi di semi-deserto a prezzi stracciati, poco più di mille € all’ettaro, cactus, avvoltoi e insetti compresi.

Fate la vostra offerta.

Tutto questo per salire agli oltre 2000 metri del monte Coucke, dove svettano dal 1939 le cupole dell’osservatorio stellare di proprietà dell’università del Texas.

Una messa in guardia importante: se il milionario ranchero di cui sopra vi invita a una “Festa delle Stelle da McDonald”, non aspettatevi Jack Nicholson che mangia un hamburger. McDonald è il nome dell’osservatorio e “star party” sono gli appuntamenti settimanali che permettono al pubblico di dare una sbirciatina al cielo attraverso l’occhione di vetro del telescopio.

Arrivo a Fort Davis alle 8 di sera e il primo albergo è completo. Il secondo pure. Mai successo finora.

Scopro il perché e mi viene da ridere, o forse da piangere: ci sono in città almeno 350 ciclisti da tutto lo stato per una serie di gare ufficiali lungo tutto il fine settimana! Il terzo albergo per fortuna ha posto.

Al ricevimento sento una coppia di italiani che con qualche difficoltà cercano di capire se c’è posto e a quali condizioni. Decido di dar loro una mano, per lo stupore del receptionist che tre italiani insieme li ha visti solo nel film “Il Padrino”, ed ecco pronto lo scenario per l’ennesima puntata di “Incontri improbabili”.

Il loro accento mi aveva fatto sorridere perché era uguale al mio, ma dopo una giornata nel caldo soffocante del deserto e dei canyon, Teresa e Ilario da Imola-Italy hanno creduto di avere le allucinazioni quando si sono sentiti spiegare nel loro dialetto le condizioni di alloggio da parte di uno strano personaggio sudato, puzzolente e vestito con i colori della nazionale!

È finita che abbiamo cenato insieme e ho scoperto che questi due simpatici conterranei sono degli appassionati podisti e sono venuti varie volte a correre nel ridente borgo di Cotignola, situato a ben 20 km da casa loro.

Il mondo non è piccolo, è microscopico! Il cugino di Ilario, che sono venuti a trovare, è un affermato artista (www.benini.com).

Abita dalle parti di Austin, la capitale del Texas, nientemeno che nel ranch appartenuto al presidente Johnson (noto agricoltore – vedi più in alto ).

Al ricevimento ci danno le chiavi, però scopriamo che le nostre camere non sono nell’albergo stesso, ma in un’altra casa. Sentite le indicazioni:

“Prendete la strada di fronte all’albergo fino in fondo, dove diventa un sentiero. A quel punto voltate a sinistra e la casa è la prima sulla destra. C’è scritto museo, ma non importa. È proprio quella!”

E così, nell’oscurità totale perché qui le strade non sono illuminate, è partita la carovana più assurda del west, fatta di tre romagnoli: uno davanti con la bandana e una bicicletta carica come un mulo e due dietro in macchina a illuminare la strada fino al museo. Sembravamo Arsenio Lupin: abbiamo scassinato la porta, un po’ recalcitrante, e ci siamo salutati.

Sono entrato in questo Louvre alla texana e mi sono addormentato subito, ebbro di stanchezza.

E ho sognato la Gioconda con una Colt dall’impugnatura rosa che sparava a Tex.

Ps: Domanda tranello per gli amanti del Trivial Pursuit:
Qual è la capitale della California?
Un minuto di tempo. E non barate!


View G 18 Fort Hancock (TX) – Van Horn (TX) in a larger map
[alert close=”no”]G18 > Fort Hancock(TX) – Van Horn 118 km[/alert]

Secondo la cartina, lungo il percorso di oggi dovrei attraversare McNary, Esperanza, Sierra Blanca e Allamore. Dico dovrei, perché in realtà tre di questi quattro posti sono praticamente solo dei nomi, nel senso che indicano due o tre case in genere abbandonate e a volte qualche camper, qualche casa prefabbricata o qualche cosiddetta casa mobile in mezzo ai cespugli del deserto, dove, a giudicare dal disordine pazzesco che regna, qualcuno deve pur abitare.

Da qualche giorno mi accompagna un silenzio irreale, ma tutto sommato piacevole, un silenzio a cui nessuno di noi è più abituato, tanto è completo. Fa effetto sentire un nitrito distante chilometri, un uccello non meglio identificato che cinguetta da sopra un cactus, o alcuni cavalli che galoppano via spaventati quando mi vedono.

Però qui il silenzio, per la prima volta, si accompagna ad una sensazione di totale abbandono. Sembra l’ambientazione perfetta per un film di “Mad Max”.

Si percepisce che una volta c’era attività, c’era vita, ma la gente è andata via. E quella poca che rimane, intende farlo; la crisi ha colpito durissimo da queste parti.

Il gestore dell’unico negozio di Sierra Blanca me lo conferma: rimangono solo le guardie di frontiera, sono calati i turisti, le poche attività chiudono, compresa la sua tra poco.

Sarebbe un negozio di alimentari il suo, ma per sbarcare il lunario vende prodotti da ferramenta, biglietti della lotteria, stivali e gomma da irrigazione. Ha un poster di Schwarzenegger-Terminator-Governator appeso al muro, con su scritto: “Somewhere, somehow, someone is going to pay”.

Io di professione non faccio il veggente, ma qui, fino a prova contraria, l’unico a pagare è proprio lui.

Infatti dice che chiuderà e si concentrerà sul negozio che ha in un altro paese, dove vende (indovina indovinello…) armi: l’unica fonte di reddito sicura in una zona, per non dire in un’intera nazione, dove difendersi dagli altri, dai cattivi più o meno ipotetici, sembra essere la preoccupazione principale.

A Sierra Blanca c’è anche una lapide a ricordo del generale Byrne, morto in seguito al più classico degli assalti degli indiani: l’attacco alla diligenza su cui viaggiava, perpetrato da Victorio, capo Apache ribelle che, alla testa di un gruppo di guerrieri, mise a ferro e fuoco queste zone fino a che il 10° cavalleggeri non lo sospinse in Messico, dove i “Rurales” lo fecero fuori nel 1880.

Per fortuna, il percorso prevede un lungo tratto in autostrada, o meglio lungo una strada di servizio completamente vuota che corre a 10 metri dall’autostrada.

Dico per fortuna perché la strada è molto larga e l’aspirazione dei camion che passano di fianco è come una bella spintarella, molto benvenuta. Ma soprattutto è il teatro per un nuovo episodio della serie “Incontri improbabili”.

Si ferma una macchina in corsia d’emergenza e scedono due giovani che offrono da bere a me e a Karman, il canadese con cui finisco spesso per dividere la strada, visto che abbiamo orari e passo di marcia simili e destinazione comune.

Si parla della traversata e scopriamo che abbiamo a che fare nientepopodimeno che con l’aviazione di Sua Maestà Britannica, la regina Elisabetta, nota in Romagna come “la Sabêta”, parola dai molteplici significati. Ma non divaghiamo.

La storia è questa. Sei giovani militari (piloti di aerei da caccia, ma non solo) della Royal Air Force stanno andando in bici da corsa da San Diego a Galveston, in Texas, per quella che loro chiamano “Transamericana”. Dettaglio: se 2.000 km valgono una Transamericana, allora io posso dire che sto facendo il giro del mondo, ma tant’è.

È un’operazione fondamentalmente di pubbliche relazioni, reclamizzata con un blog sul sito della RAF per invogliare i giovani ad arruolarsi: così, sei vanno in America e tutti gli altri in Afghanistan! I sei ciclisti hanno una macchina a supporto e un maxi-camper per la notte: obiettivo, 150 – 200 km al giorno per due settimane circa.

Arriviamo ad un posto di controllo dove tutto il traffico viene convogliato: cani anti-droga, controllo passaporti, non si bada a spese insomma. Il canadese ed io passiamo come niente: il sergente Torres, ovviamente di origine “latina” come dicono qua, è affascinato dall’idea di visitare l’Italia. Ha sentito parlare della Toscana e che a Bologna si mangia bene. Gli dico che 50 km a est di Bologna si mangia ancora meglio e lui, disciplinatamente, prende nota!

Mentre ripartiamo, saluto gli aviatori inglesi, che hanno trovato un osso durissimo: stanno tentando senza molta fortuna di convincere il sergente Torres e un altro baffuto commilitone del fatto che anche loro sono militari, che non hanno bagagli sulle bici come me perché i bagagli sono sul camperone, che non hanno i documenti perché anche quelli sono sul camperone, che parlano un inglese “strano” perché sono inglesi, per l’appunto, che non sono immigrati illegali che cercano di passare vestendosi da carnevale, ecc ecc. Ma il camperone è in fondo alla fila del posto di blocco.

Buona fortuna, baldi aviatori!

Io, a dire la verità, quando ho visto che gli inglesi mi hanno fotografato e filmato, mi sono fatto una mia teoria del complotto.

All’inizio di questo blog ho criticato pesantemente la compagnia di bandiera britannica per la qualità del suo servizio. Punto sul vivo, secondo me il primo ministro ha dato ordine di seguirmi, fingere un incontro casuale e offrirmi assistenza ed amicizia, sapendo che poi avrei parlato bene di loro nel blog.

Astuta, la perfida Albione!
Ma non la si fa facilmente ad Aquila Calva, detto Volpe del deserto.
Deserto del Texas, ovviamente.

G 17 > El Paso (TX) – Fort Hancock (TX) 89 km

“Have a good ride, and keep safe!”: questa è la formula più comune con cui gli americani mi augurano di fare buon viaggio e raccomandano di fare attenzione.

Da queste parti, tuttavia, l’ augurio di fare attenzione sarebbe meglio tradurlo con: “e cerca di portare a casa la pelle intatta!”.

Per natura non sono un pessimista, ma è già qualche giorno che ogni persona che incontro mi mette in guardia sulla pericolosità del confine col Messico, diventato una vera polveriera a causa delle lotte fra due potentissimi cartelli di narcotrafficanti.

Ciudad Juarez è lo specchio di El Paso, nel senso che si trova esattamente di fronte ad essa, ma dall’altra parte del confine. Giornali, politici e opinione pubblica sono per una volta unanimi nel descrivere queste due realtà come il paradiso e l’inferno, con quest’ultimo dalla parte messicana. Effettivamente, le cifre sono impressionanti:

Juarez ha il più alto numero di omicidi al mondo, una media di 7 al giorno negli ultimi 12 mesi. E la casistica delle uccisioni rivela modalità talmente barbare che l’Inquisizione o le torture al palo degli indiani in confronto erano uno scherzo.

Il risultato è che nessuno attraversa più questo confine, sorvegliato da novelli Minosse in uniforme, tranne la lunga teoria di camion che trasportano di tutto nei due sensi e che sono sicuramente scesi a patti per non lasciarci la pelle. Gli americani provano di tutto, i messicani anche: ogni due minuti passa una pattuglia di agenti di frontiera, gli elicotteri sorvolano in continuazione, ogni tanto si vede un drone, come in Afghanistan, sulla strada c’è un posto di blocco obbligatorio e vengo anche fermato da una pattuglia mentre pedalo controvento (sai il gusto!).

Insomma, gira che ti rigira, tutte queste misure, compreso il muro fisico di separazione, contano come il fatidico due di coppe quando la briscola è bastoni. Al punto che, quando arrivo a Fort Hancock, paese di confine (non squallido, ma molto peggio) di poche centinaia di anime sparpagliate in 50 km quadrati, vedo un viavai di gente in uniforme, lo sceriffo e i suoi vice che girano con fare sornione lungo il chilometro di strada che raccoglie pochi negozi, qualche casa miserrima, una stazione di servizio e un motel dai muri sfasciati dove passo la notte.

Dietro la stazione di servizio, il massimo: un autoarticolato con le insegne dello sceriffo, messo lì per tranquillizzare la popolazione e servire, se del caso, da ufficio e prigione ambulanti. Il motivo c’è, ed è serio.

I narcos hanno chiesto ai bravi cittadini di Fort Hancock di versare una cospicua somma di denaro, altrimenti minacciano di prendersela con i loro bambini che vanno alla scuola locale. Insomma, questo è il clima che si respira al confine fra due stati, il Texas e il Messico, legati indissolubilmente da un passato comune, da un presente difficile e da un futuro indecifrabile.

Sento arrivare la domanda da un milione di dollari: “E come reagisce l’uomo della strada?”. Semplicissimo: comperando un’arma da fuoco. Del resto, proprio lo sceriffo di Fort Hancock l’altro giorno ha convocato un’assemblea e ha detto ai cittadini che devono armarsi e soprattutto usare il “ferro”.

Conclusione ufficiale del discorso dello sceriffo, e vi giuro che è vero: “Meglio essere giudicati da 12 che portati da 6”. È una vecchia frase del West, a significare che è meglio andare sotto processo che finire in una cassa da morto.

Nel supermercato di articoli sportivi dove sono andato per comperare una tenda da campeggio, ho visto che si vendevano anche armi, e ho voluto capire quali siano le regole.

Eccole: come straniero devo presentare un documento d’identità e dimostrare che sono residente da almeno 90 giorni. Come cittadino americano devo presentare un documento e il negozio fa il controllo del casellario giudiziario per via telematica. Se va bene, il texano medio esce dal supermercato con una pistola in tasca dopo un quarto d’ora. Ho voluto provare l’ebrezza di impugnare un’arma vera e, noblesse oblige, mi sono fatto dare una bella Beretta Px 4 Storm da 519 dollari. L’ho maneggiata come un esperto e, con la faccia da duro della malavita (nonostante la maglia da ciclista del Club Gasperoni) ho detto al commesso: “Bella arma, sono bravi questi italiani. Fra 90 giorni torno e ne compro due, una anche per mia moglie!”. Eh sì, perché anche le donne hanno diritto alla loro arma, al punto che, per convincerle più facilmente a comperarne una, i produttori hanno messo sul mercato le pistole con l’impugnatura rosa. Lo so che pensate che io scherzi, e per questo ho fatto una foto!

Quello che non sapete è che anch’io ho un’arma potentissima con cui ho già fatto svariate vittime: si chiama dog dazer, è un aggeggio che spara degli ultrasuoni che distraggono i cani che vi inseguono e cercano di mordervi. Non è un problema da poco in queste lande desertiche e vi assicuro che, grazie a tutti gli album di Tex che ho letto, riesco ad impugnare l’arma in una frazione di secondo e a lasciare di stucco anche il cagnaccio più feroce. Tiè! Funziona anche con i pippistrelli, purtroppo non con i ghiri, ma questa è un’altra storia, che conoscono i miei amici.

Morale della favola: il deputato al Congresso di qua si chiama Ciro Rodriguez e con un nome e una faccia del genere è difficile fare paura ai narcos.

Il governatore della California Schwarzenegger si è imbolsito e va in giro con una bici da rapper.

Qui ci vuole un uomo forte e io l’ho trovato.

In quanto sindaco auto-proclamato di Plaster City e probabile amministratore di Cotignola dal mio ufficio di Bruxelles nel quadro del federalismo alla rovescia, mi candido senza indugio al posto di viceré degli Stati Uniti del Sud e allego alla presente il mio manifesto elettorale.

Il mio motto: Have a good ride and keep safe!

Ps: domani ho il tappone “dolomitico” di 91 miglia, senza rifornimenti fra arrivo e partenza. Prevedo che la sera sarò stanchissimo, per cui l’appuntamento slitta di un giorno.

Ad majora!

 

G 16 > Las Cruces (NM) El Paso (TX) 80 km

Sono finalmente arrivato in Texas, lo stato guerriero per eccellenza, quello che vive il mito della rivolta che lo portò a sconfiggere le forze preponderanti del Messico retto dal presidente centralista Santa Anna e a dichiarare l’indipendenza della “repubblica del Texas” nel 1836.

Nella realtà ciclistica, il cambiamento di stato non si avverte per niente, anzi, se non si sta attenti si passa il confine senza accorgersene. Il paesaggio non cambia, in quanto siamo sempre sui 1.000 metri dell’altipiano e gli appezzamenti agricoli si susseguono, immensi, a perdita d’occhio.

È il regno della quasi totale monocultura, di un albero che personalmente non avevo mai visto e che produce le noci pecan, simili alle noci nostrane ma più calorifiche.

La raccolta è stata fatta meccanicamente alcuni mesi fa, qualcuno adesso sta potando, sempre a macchina, i campi vengono allagati e in questi giorni le prime foglie cominciano ad apparire.

Questa è quella che io chiamo “agricoltura del Rio Grande”. Infatti, senza l’apporto continuo del grande fiume che più avanti farà da confine col Messico, qui farebbero fatica a crescere i cactus. E invece, ridendo e scherzando, si fa largo un’altra grossa novità, la vigna: impianti nuovi di zecca, cantine che sorgono come funghi e si affiancano ad altre di lunga tradizione (cioè 10 anni, se va bene). Resta il fatto che una sera, di nascosto, ho comperato una bottiglia di vino del Nuovo Messico e nel buio della mia stanzetta di motel l’ho accompagnata a un cartoccio di pollo fritto. Non so quale dei due facesse più schifo, ma questa è un’altra storia.

Tra poco, al momento della fioritura, assisteremo ad un altro fenomeno di crudele sfruttamento della manodopera: non quella dei messicani, che sono già sfruttati abbastanza, pagati come sono al minimo di 7 dollari l’ora. Sto parlando delle api, che verranno trasportate in camion dalla Florida fino a qui per assicurare l’impollinazione veloce di tutte queste noci. E da qui procederanno verso la California per impollinare i mandorli e via girando per mesi da un capo all’altro dell’America. Un business milionario e, praticamente, il primo caso di turismo sessuale nel regno animale.

Nell’insieme, El Paso non è male come città, anzi. Come tutte le varie città di una certa dimensione che ho visto finora, è strutturata in cerchi (stavo per dire gironi!). All’esterno, in alto, il quartiere delle case più signorili.

In centro, una zona che di particolare ha solo qualche grattacielo e zero identità. In mezzo, si attraversa una periferia eterna e abbastanza squallida, da cui si capisce l’importanza vitale dell’automobile da queste parti: sembra un’unica gigantesca officina, di fianco a un unico gigantesco sfasciacarrozze. Per chilometri si vede e si vende tutto quello che serve per comprare, riparare e demolire autoveicoli. Nient’altro.

Poi c’è la zona dove i negozi assumono una parvenza elegante, dove riesco a mangiare in un ristorantino giapponese, e dove mi fermo per un controllo in un negozio di biciclette consigliato dalla guida. Entro e vedo solo dei tosaerba. Conversazione:

Emilio: “Scusi, è un negozio di biciclette?”
Signora (risentita): “Certamente!”

E: “Sarà, ma a casa mia i negozi che vendono biciclette hanno un’altra faccia. Vorrei controllare la pressione degli pneumatici. Ha mica una pompa col manometro?”
S: “No, qui usiamo solo il compressore”.

Non ci si crede, ma in una mattina ho provato due negozi due e non sono stato capace di trovare una pompa decente. Ho trovato però dei bei personaggi.

Il primo è Carlos Fernandez che, quando si dice i casi della vita, abita con la famiglia in Italia, a Brunate vicino a Como, dove fa il fotografo e il regista di spot pubblicitari. Cavalca una Trek Modane in carbonio (quella di Lance Armstrong, per capirci) e va a trovare gli amici che abitano ancora a El Paso, sua città natale. Ma quanto è piccolo il mondo?

Carlos è una forza della natura, parla italiano, offre il caffè, mi racconta, mi spiega la città con pregi e difetti, mi inviterebbe anche a cena, ma devo continuare per la mia strada. Questa è una di quelle persone che rendono il mondo, e nel caso di specie l’Italia, più interessante, più aperto e sicuramente più bello da vivere.

L’altro è Donaldo Francesco Pellegrino, che mi chiama “paisano”, dato che è l’unica parola di italiano che conosce. Ma di Firenze e Napoli erano i suoi nonni, il padre marine (ancora uno) e lui ex appartenente al corpo d’élite per eccellenza, se mai ve ne è stato uno: i “Navy Seals”, il leggendario corpo delle “foche” della Marina usato per operazioni speciali, guerra non convenzionale, liberazione di ostaggi, antiterrorismo, ecc. (n.d.a.Tanto per capirci, sono quelli che hanno fatto fuori Bin Laden).

Ha fatto 4 anni di Vietnam, Pellegrino, appena finito il college. Ha girato il mondo, ma mai l’Italia, dove vuole tornare almeno una volta alla ricerca di un passato. Fisico integro, non mi stringe la mano, me la stritola; ma d’altra parte i tatuaggi che porta al braccio non si discutono e trova il tempo per raccontarmi qualche episodio, di guerra e no.

Il più bello, quando ha passato sei mesi travestito da pezzente senzatetto di fronte alla Casa Bianca, in un’operazione di sorveglianza ignota anche al personale addetto alla protezione del palazzo, che infatti, regolarmente, lo prendeva a pedate per allontanarlo. L’hanno pure fatto arrestare e lui niente, carta d’identità contraffatta, faccia da ubriacone e dopo la galera di nuovo a dormire per terra e chiedere la carità.

Ecco, se posso, io esprimo solo un desiderio, pensando a quelle volte che sul giornale leggo di bande di giovinastri annoiati che per passare il sabato sera si divertono a tormentare un disgraziato o magari, come è successo a Rimini nel 2008, a dar fuoco a un poveretto che dorme su una panchina del parco.

Signor Contrammiraglio della Marina americana, dovrei dare una ripulitina al parco.

Mi presta Pellegrino per qualche giorno?

Ps: il contachilometri segna 922 miglia, ca. 1483 km. Spero di arrivare verso la metà di maggio in Florida. Da domani comincia il Texas profondo. Ho dovuto comperare tenda e sacco a pelo, perché i motel sono a distanze a volte impossibili. Rischio di non trovare sempre il wi-fi. Pazienza, mi riposerò un po’…

G 15 > Hillsboro (NM) – Las Cruces (NM) 128 km

Ieri sera Gordon e Brett mi hanno portato a cenare in un ristorante italiano. Non lo hanno fatto per farmi un piacere, è che secondo Brett questo è l’unico ristorante decente del paese, per cui quando viene a trovare suo padre ce lo porta due volte al giorno.

Il cameriere, infatti, non fa una piega e ci dà lo stesso tavolo che i miei due anfitrioni avevano occupato a pranzo.

Il ristorante si chiama Bella Luca. Pensavo a una “c” dimenticata dal tipografo, come tutte le volte che all’estero si incontrano “zuchini”, “prosciuto”, “spagheti” e tante altre doppie un po’ ballerine. E invece no, il nome viene dal fatto che il nipotino del proprietario si chiama Luca, quindi l’errore è di tipo diverso, visto che in gioco c’è la concordanza dei generi. E passi anche questo.

Come ho mangiato? Tutto sommato bene, le linguine non erano troppo scotte, ma per la prima volta in vita mia mi è capitato di mangiare una ricetta doppia, una specie di “paghi uno e prendi due” gastronomico.

Infatti mi è stato servito un piatto di “linguine ai frutti di mare alla puttanesca”, fusione non perfetta ma sicuramente originale di due ricette consolidate.

Io sottopongo questo rebus ai miei amici dell’Accademia della cucina italiana: è giusto farsi una bella carbonara alle vongole? E perché no i cappellacci di zucca e pili-pili alla griglia? O un trancio di pesce spada con tiramisù?

Ad ogni buon conto, ho preferito glissare sui dolci. Non si sa mai.

Ma se già il nome del ristorante dava da pensare, quello del paese è semplicemente strepitoso: si chiama “Truth or Consequences”.

Avevo già sentito questo nome, senza però capirne la follia, in una canzone di Bruce Springsteen intitolata “Last To Die”, il cui primo verso fa:
We took the highway till the road went black
We marked Truth Or Consequences on our map
A voice drifted up from the radio
We saw the voice from long ago

Dovete sapere che “Truth or Consequences” era il nome di un quiz televisivo famosissimo negli anni ‘50 che andava in onda, ovviamente, da studio. Un giorno il presentatore annunciò che per la prima volta avrebbe trasmesso il programma dal vivo da qualunque paese avesse accettato di cambiare il proprio nome e chiamarsi come la trasmissione.

I maligni dicono che ci fosse anche un grosso incentivo finanziario, ma resta il fatto che i solerti cittadini di Hot Springs (così si chiamava questa cittadina termale) votarono per il cambio di nome immediato.

Pensiamo in salsa italiana, ed ecco che Montecatini Terme d’incanto diventa “Lascia o raddoppia” e Abano Terme si trasforma in “Rischiatutto”.

Il ridente borgo di Cotignola non ha le terme, ma lancio da questo blog la proposta di ribattezzarlo “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Ma il vero filo conduttore di queste ultime giornate è Henry McCarty, figlio di immigrati irlandesi, nato nei bassifondi di New York e morto a soli 22 anni, noto ai più come Billy the Kid. In realtà tutti lo chiamavano “The Kid”, il ragazzo, ma i giornalisti aggiunsero quel Billy che suonava tanto bene e faceva epopea.

Il Nuovo Messico, dove mi trovo ora, è stato la sua terra di adozione; Silver City lo ha visto studente e orfano a 14 anni. Ma soprattutto, è qui che venne arrestato per la prima volta per aver fatto da palo a Sombrero Jack, che aveva rapinato nientemeno che una lavanderia cinese! Incarcerato, riuscì a fuggire e da allora visse di espedienti, rapine, processi ed evasioni fino all’ingloriosa morte ad opera dell’ex amico Par Garret, nel frattempo elevato al rango di sceriffo.

Preso congedo da Gordon, sono andato a visitare il rudere di quella che una volta è stata la prigione di Hillsboro e da cui il Kid riuscì ad evadere.

Rimangono alcuni muri e soprattutto le inferriate dietro cui, per un attimo, ho immaginato di scorgere ancora gli occhi azzurri, la chioma folta e i denti sporgenti alla Ronaldinho di quel ragazzino di un metro e 65 appena, che per 8 anni fece tremare il West.

Un episodio sulla fine del Kid riportato dalle cronache dell’epoca, mi ha fatto però fare un salto indietro nel tempo, fino al giorno in cui il mio compianto professore di italiano del liceo tentò di far capire a una classe disattenta alcune cosiddette figure retoriche e disse:

“La metonimìa è una figura retorica che consiste nel sostituire un termine proprio con un altro appartenente allo stesso campo semantico, che abbia col primo una relazione di contiguità logica o materiale. Esistono numerose modalità di sostituzione, per esempio: il contenente per il contenuto”. Confesso che non capii niente sul momento, e la mia vita non fu per questo danneggiata.

Orbene, Celsa Gutierrez era la fidanzata del Kid e al tempo stesso la cognata di Pat Garret, che ne aveva sposato la sorella. La biografia ufficiale e le cronache narrano che quando Garret uccise il Kid indifeso, Celsa lo apostrofò chiamandolo piss-pot, che letteralmente vuol dire “pappagallo” o in genere vaso da notte (quello che si usava quando le case non avevano il bagno e che i più giovani non ricordano).

Mettetevi nei suoi panni: il cognato vi uccide il moroso e voi chiamate l’assassino “brutto vaso da notte?”.

Probabilmente no, ma Celsa, col suo insulto così inusuale mi ha fatto finalmente capire quella figura retorica di cui parlava il professore: metonimia (*), ovvero il contenente per il contenuto.

Lo chiamò vaso da notte, ma voleva dirgli “pezzo di m….”!

(*) L’accento va su una o l’altra delle due “i”, ma sulla seconda fa più film western:
“Attento Gringo, è tornato Metonimìa”.

G 14 > Silver City (NM) – Hillsboro (NM) 92 km

Silver City è la prima città, dopo San Diego, che mi sento di definire, almeno in parte, carina.

La parte a cui mi riferisco è la strada principale del quartiere “storico”, sulla quale si affacciano alcuni negozi, un paio di bar, un teatro e un locale molto zen che serve caffè e dolcetti biologici e offre gratuitamente l’accesso a Internet a tutti gli sfaccendati come me: una vera manna, di cui approfitto il giorno di Pasqua. Il silenzio è rotto solo dalle auto e dai furgoni che fanno le “vasche”: sempre gli stessi, fanno un giro e ripassano, a velocità bassissima e con la radio accesa. Si vede che qua si intorta così!

Dietro l’angolo, un albergo risalente a fine ‘800, quando le miniere (da cui il nome della città) attiravano folle tumultuose e Billy the Kid andava a scuola proprio qui, con ottimo profitto: domani gli dedicherò la tappa.

Il resto della città è, purtroppo, identico a tutte le altre località grandi e piccole finora incontrate: domina infatti l’anonimato più totale e una generale mancanza di ordine architettonico o anche di semplice gusto estetico. Detto in italiano, sembra di essere in una brutta periferia, dove si succedono senza criterio apparente motel, supermercati, rivenditori di ogni tipo e localacci che servono fast food. Apro una parentesi: tanti mi chiedono di parlare di come si mangia, ma finora non sono riuscito a trovare la forza. Quando uno arriva stanco a sera, in genere preferisce parlare di cose belle… ma prometto che ci proverò!

La tappa di questa giornata prevedeva

Emory Pass, che con i suoi 2507 metri è il punto più alto, ma non per questo più difficile, di tutto il percorso.

Occorre ricordare che da qualche giorno viaggio sul cosiddetto altopiano del Colorado, fra i 1.000 e i 1.600 metri, quindi i dislivelli da superare sono relativi. Per arrivare al passo si percorrono sui 25 km di salita abbastanza regolare, con punte del 7-9% e un primo scollinamento a 2.100 metri. La grande incognita in questi giorni è il vento che, a partire dalla tarda mattinata, soffia da sud-ovest con raffiche di oltre 80 km/h. Fortuna vuole che oggi arrivi sul tardi e che soffi nella direzione giusta. Ma quelle poche volte che ce l’ho di fronte o di fianco, diventa pericolosissimo, soprattutto in discesa!

Resta il fatto che sembra di stare sulle Dolomiti, mentre si sale in mezzo ai pini “Ponderosa” della foresta del Gila; e il panorama che si gode dalla sommità è meraviglioso.

Ho chiamato questo post “Americans” perché, anche senza volere, girando in bicicletta si incontra tanta gente. Gli americani, o perlomeno “questi” americani, raccontano volentieri la loro storia, o comunque è molto facile convincerli a raccontarla. Una breve galleria di giornata:

Raul Napoleoni. Ha un nome un po’ speciale questo camionista della Florida, ex-marine (ancora uno!), bisnonno siciliano emigrato nell’800 a New York e da lì, chissà come e chissà perché, emigrato a Portorico, dove la famiglia è rimasta finché Raul non ha fatto il cammino inverso.

Lo incontro nel motel, è fermo da due giorni e aspetta che il suo intermediario gli trovi un carico da trasportare da qualche parte dell’America. Dura la vita di Raul, col diesel che aumenta, la concorrenza spietata, l’incertezza continua. È tutto fuorché ricco, lavora per mantenere la famiglia, ma lui si lamenta della riforma sanitaria di Obama, perché (ed è questa la cosa che non riuscirò forse mai a capire), trova che lo stato non ha il diritto di interferire nelle sue scelte.

A mia precisa domanda, risponde che se si rompesse una gamba, all’ospedale forse lo curerebbero. O forse no. Proprio così ha detto: “O forse no”, fate un po’ voi! Gli propongo di fare un cambio alla pari tra il suo camion e la mia bici: quasi quasi…

Stan Thompson è lo sceriffo, il braccio armato della legge nella contea di Sierra. Lo incontro mentre sul suo gippone ispeziona il balcone panoramico in cima al passo.

È norvegese di seconda generazione Stan, la faccia da bonaccione, e mi fa vedere da lassù la strada che scende all’altopiano e i villaggi che punteggiano la vallata. Colleziona conchiglie di mare, ma non fossili, proprio quelle di mare e quando gli dico che da anni abito in Belgio mi confessa che fa scambi di conchiglie con un dirigente della polizia belga, di cui mi fa tanto di nome. Robe da non credere, comunque lo saluto e non gli dico che ha la bottega dei pantaloni aperta. Metti che mi arresti per vilipendio…

Catherine Wanek gestisce un bed & breakfast a Kingston, villaggio minerario di 7.000 abitanti nel periodo d’oro.

Oggi? 24 abitanti fissi più qualche seconda casa. Mi ci fermo solo per salutare il gruppo di ciclisti che qui fa tappa e prendere acqua. Catherine ha scritto due libri su come si fanno le case con le balle di paglia, nuova tecnica super ecologica che ha perfezionato da noi con due architetti altoatesini.

Infatti conosce l’Italia del Nord, cita Vicenza, Mantova, Merano e mi fa vedere la casa di paglia nella quale fa dormire gli ospiti.

Prometto che comprerò i suoi libri e se volete fare una casa di paglia intonacata di malta, Catherine è la persona da contattare.

Mary, invece, tiene il bed & breakfast del villaggio successivo, Hillsboro. Un’altra città del boom minerario, oggi solo un altro nome sulla cartina, 200 anime e non molto di più.

Alla mattina mi prepara una colazione sontuosa, perché è abituata a questi personaggi inquietanti che si presentano sudati e in mutande colorate, dicendo che fanno l’America da un capo all’altro in bicicletta. Ci ha fatto l’abitudine e ne ha fatto un business, con la riservatezza e il pudore di chi cede per un giorno una parte della casa di famiglia, una parte di sé. Ma è proprio qui che faccio l’incontro più straordinario.

Brett abita in Florida, è qui per trovare suo padre, un 75enne che vive, felice e contento, in una specie di camper parcheggiato da 10 anni nel “campeggio” del paese.

Brett specula sul cambio delle monete. Non lavora per nessuna banca, lo fa per sé e per un gruppo di amici che gli hanno affidato i risparmi. Lavora di notte, dorme dalle 6 a mezzogiorno. Oggi è felice perché ha guadagnato 10.000 dollari speculando su yen e sterlina. Mi invita a cenare con lui e suo padre. Il primo ristorante utile è a 50 km, ma qui le distanze non hanno nessun senso.

Gordon, suo padre, guida un pulmino che in Italia gli darebbero l’ergastolo: al suo fianco, al posto del passeggero, devo stare seduto su una sedia di plastica da giardino, Brett pure. Lui ha i capelli grigi raccolti a coda di cavallo, una vita bellissima che non lesina a raccontare, trova che quando il campeggio ha più di 10 camper gli viene a mancare l’ossigeno.

È uno spirito libero, autentico, a 50 anni è venuto in Europa con una Bianchi e ha girato Inghilterra, Galles e Irlanda. Per questo gli sono simpatico. Per questo mi è simpatico e la mattina, partendo, passo dal suo regno. Brett dorme in albergo, dopo una notte di speculazioni. Gordon invece sveglia una vicina di roulotte, che pure “abita” lì da sempre, perché vuole che facciamo una foto insieme.

Perché vivi qui Gordon? Quien sabe!?

The answer, my friend, is blowing in the wind

Secondo giorno di riposo

Si può trascorrere una vita senza vedere il Grand Canyon? Certamente, ma sarebbe un gran peccato.

Il primo giorno di riposo, una settimana fa, è stato tutto fuorché riposante, nel senso che mi sono alzato alle 5.30 per andare in un grande albergo, punto di raccolta per i passeggeri della gita organizzata al Grand Canyon.

Pulmino confortevole, autista/guida tuttofare e 9 passeggeri oltre al sottoscritto: una coppia di New York, una coppia più anziana con nipote al seguito, sempre di New York e una famiglia messicana di Guadalajara, con due figli di cui uno ha appena fatto un master al Politecnico di Torino. Il mondo è piccolo, si sa, ma discutere della crisi del Toro e della Juve con un messicano fa sempre un certo effetto: sbaglia chi snobba la lettura dei quotidiani sportivi, a volte servono nelle relazioni internazionali .

Quattro ore di guida con traffico, ma in autostrada attorno a Phoenix possiamo usare la corsia preferenziale a sinistra, riservata esclusivamente a motociclette, veicoli con più di due passeggeri e veicoli ibridi o a energia alternativa: questo per limitare traffico e inquinamento nelle ore di punta.

Da bravo italiano, provo a immaginare cosa succederebbe da noi se un sistema simile fosse adottato: usare quella corsia diventerebbe il più ambito degli status symbol, per cui ci sarebbe deroga immediata per (ex)parlamentari, (ex) militari, (ex) eletti regionali e personale dei ministeri, medici, veterinari e farmacisti, ragionieri, geometri, rappresentanti di commercio e casalinghe in depressione, eccetera (completare a piacimento). In più, boom del racket delle bambole-passeggero gonfiabili e dei permessi fasulli per invalidi. Risultato: corsia preferenziale intasata e ambulanze e pompieri che corrono sulla corsia d’emergenza.

A parte la facile ironia, ho chiesto alla guida se la gente rispettava davvero la regola. Mi ha guardato in modo strano, come se non capisse la domanda. Non era una questione di lingua, era proprio che il concetto di fare i furbi, così congeniale alla nostra indole, lo lasciava completamente perplesso. La risposta, tra lo stupito e l’incredulo, è stata che ovviamente la gente rispetta le regole (al plurale, si noti) se no a cosa servirebbero? Elementare, caro Watson!

Ma dicevamo del viaggio: la strada pari pari il primo sentiero dei cercatori d’oro e dei coloni. Come sempre stupisce la varietà di paesaggi che si incontrano salendo fin oltre i 2.000 metri. Attorno a Phoenix è deserto fitto di cactus, dai saguaro che guardano il cielo, ai cactus che fanno i fichi d’India, agli “ocotillo” usati da indiani e coloni come una specie di filo spinato con cui tenere a bada le bestie. E si incontra “Lonesome Sammy”, l’ultimo dei cactus, che in splendido isolamento segna il limite fisico della sua specie e annuncia la mesa (il tavoliere sull’altipiano) che è un immenso pascolo verde, con allevamenti, cervi, alci e antilopi.

Più su c’è la fascia di ginepri, piccole conifere e querce nane, il cosiddetto “chaparral”, da cui deriverebbe anche il nome delle protezioni in pelle usate dai cowboy sopra i pantaloni per difendere le gambe dalle spine mentre cavalcano in questa macchia.

Più in alto ancora la foresta di pini “Ponderosa” della Valle Verde, dove la guerra fra l’uomo rosso e quello bianco continuò fino alla resa di Geronimo e dei suoi Apache. E la neve, tanta neve ancora sul terreno, testimonianza di un inverno insolito e di una primavera a venire stranamente ricca d’acqua.

Siamo in piena zona indigena (i primi pueblos sono di 12.000 anni fa). Ora è la riserva Navajo e facciamo tappa in quello che una volta era il loro “trading post”, il Golden Nugget dove Tex va a prendere i rifornimenti e le coperte per la sua tribù e spacca la faccia all’agente indiano che fa la cresta sui prodotti, ma questa è un’altra storia.

Oggi c’è un grande ristorante e pure l’emporio, che vende souvenir e gioielleria più o meno originale: è fondamentale leggere le etichette dei prodotti e capire la differenza fra “Indian made” e “Made in India”. Non è uno scherzo: tanti turisti partono con paccottiglia fatta a Bombay/Mumbay.

E infine si arriva al canyon, il Grande Orrido, il paesaggio più spettacolare e imponente che io abbia mai visto. Il concetto di “Sette meraviglie del mondo” è cangiante per definizione. Ogni epoca ha avuto la sua lista e le opinioni giustamente si dividono a seconda del gusto estetico. Ma sul Grand Canyon no, non si può discutere. È stato e rimarrà in qualunque lista si vorrà stilare.

Noi capitiamo in un giorno ventoso, caldo e velato da una foschia leggera che appanna i colori. Già, i colori, una tavolozza impressionante di bianchi, gialli, rossi e grigi in tutte le loro sfumature, che cambiano di intensità man mano che cambia il cielo o si muove il sole.

L’apparecchio fotografico, per la prima volta, mi sembra inutile, perché rende, se va bene, un decimo dello spettacolo. Le uniche parole che vengono in mente sono di stupore, di incapacità ad abbracciare il tutto. Immaginate che occorre il binocolo per vedere, laggiù in fondo al crepaccio, un gruppo di temerari che sfidano le rapide del fiume Colorado.

Questo è anche il paradiso dei geologi, che vedono esposti in sequenza circa due miliardi di anni di storia in questa parte della terra, da quando i vulcani formarono la base del canyon, fino alla formazione dell’altipiano del Colorado (che comprende 4 stati), 60 milioni di anni fa, e allo scavo vero e proprio del canyon negli ultimi 5-6 milioni di anni.

Nel Grand Canyon, incredibilmente, c’è vita: serpenti a sonagli, piccoli mammiferi e roditori, pippistrelli e condor, e la bellissima aquila calva che, maestosa, vigila su questo mondo unico.

Nel Grand Canyon, se non si fa attenzione, si può trovare la morte: un libro fa l’elenco degli oltre 600 sfortunati che ci hanno lasciato le penne in maniera a volte incredibile. Vi dico come:

Fulmini
Fame e disidratazione
Morsi di serpente
Caduta di massi
Inondazioni improvvise (flash floodings)
Caduta dal bordo del Canyon (non ci sono protezioni fisiche!)
Caduta nel Colorado
Rovesciamento di barche o kajak

Aggiungete i suicidi, le sparizioni e gli omicidi, e capirete perché tanta gente porta la suocera in gita da queste parti.

Alla fine della giornata si sono verificati due fatti salienti. La coppia di New York è tornata con noi al punto di partenza di stamattina: ha trovato l’albergo, ma non ha più trovato l’automobile. Forse la “Pro loco” di Phoenix ha voluto farli sentire più vicini alle abitudini di casa.

Secondo: quanto torno, vado all’anagrafe di Cotignola e mi faccio cambiar nome.

Ne ho trovato uno dignitoso e soprattutto aderente alla realtà della mia capigliatura.

 

Da domani chiamatemi Aquila Calva. Augh!

G 12 > Glenwood (NM) – Silver City (NM) 76 km

Tappa prepasquale di recupero, dopo la faticaccia di ieri. Prima dell’appuntamento con Bucky, suo figlio Colby e il loro pick-up, mi fermo dalle “Golden sisters”, un posticino simpatico che, nonostante il nome ammiccante, prepara solo colazioni  Con 5 dollari, caffé a volontà (anche se la parola caffé non è la più indicata per descrivere quello che ho bevuto), un uovo strapazzato, due fette di pancetta fritta e una bella frittellona da ricoprire, a scelta, con sciroppo d’acero (un classico) o con uno sciroppo di fichi d’India fatto in casa dalla proprietaria: ovvia la scelta, anche perché alle sue spalle vedo uno scaffale pieno di barattoli di marmellate e sciroppi fatti da lei che chiedono solo di essere portati via. Peccato, ho già troppo peso da portare in giro.

Mi fermo a parlare con i due avventori mattutini, uno dei quali, col cappello da cowboy d’ordinanza, mi racconta di essere stato un marine e di avere visitato come tale anche l’Italia. È strano, non ho mai incontrato così tanti ex-marines in vita mia. Tutti sono passati dall’Italia e ci vorrebbero tornare. E ovviamente ne devono parlare bene ai loro amici, perché regolarmente, alla menzione del fatto che sono italiano, la reazione è sempre estremamente favorevole, della serie: “Bellissimo paese, vorrei andarci un giorno”.

Senza contare tutti quelli che mi dicono di avere e/o portare il nome di un antenato italiano più o meno distante: ma questi hanno per così dire un interesse “genealogico” e prima o poi visitano il paese in cui ritrovare le proprie radici.

C’è però un aspetto buffo: quasi tutti gli americani di queste parti hanno un’idea estremamente vaga della geografia del bel paese. Chi vi è stato di stanza con le forze armate conosce Napoli, Aviano e la Sicilia, più le basi militari in cui ha servito e il Colosseo. Se li spingessi a frugare nei loro ricordi, probabilmente riuscirebbero a ricordare l’uscita di Cotignola della A14 bis, ma per fare veloce mi capita di citare come luogo d’origine la capitale regionale.

Dunque dico: “Vengo da un posto vicino a Bologna, ma molto molto più bello”.

E loro capiscono e apprezzano, perché conoscono sì il termine Bologna, ma in un contesto legato alla gastronomia e reinterpretato con moltissimo coraggio.

In queste contrade, infatti, Bologna è stato storpiato in Boloney o Baloney (pronuncia “Balouni” con l’accento sulla o), che come primo significato ha quello di un salume non troppo diverso dalla mortadella, e che può anche, in casi estremi, essere fritto. È un po’ come in Inghilterra, dove già ai tempi di Dickens, se non erro, si parlava di “Polonies”, per indicare un prodotto simile.

Allora, c’è:

– il baloney classico di carne di maiale e lardo

– il beef baloney fatto di manzo, più rosso

– il baloney Kosher o Halal (rispettivamente per ebrei o musulmani), fatto di manzo, tacchino o agnello

– il German Baloney, con tanto aglio

– il Lebanon Baloney, affumicato, per stomaci forti (penso si beva col Fernet)

– il Baloney sandwich, specialità culinaria (si fa per dire), che a casa mia si sarebbe chiamato panino alla mortadella, ma così riempie di più.

Se poi vogliamo farci del male, ricordiamo che Bologna è passata nel linguaggio corrente anche per il suo famoso ragù, che qui è ridotto a due componenti: carne tritata e pomodoro (o ketch-up nei casi più raggelanti), miscelati in quantità esagerate, in modo che il carboidrato di turno si intravede appena nel piatto, un po’ come se fosse il fondo di una piscina. Si raccomanda la cannuccia per aspirare il sugo.

Da ultimo, ma altrettanto importante, c’è il fatto che nel linguaggio parlato e popolare, baloney è venuto pian piano a significare “sciocchezza”, “stupidaggine”, o peggio ancora, “bugia”, “cosa falsa”.

Capite allora che dire: “Vengo da Bologna” così, senza precisazioni di sorta, susciterebbe uno strano tipo di interesse nell’interlocutore, visto ciò che quella parola evoca in lui: da una parte si crea una quasi complicità immediata, gli si risvegliano antichi appetiti e gli si stuzzicano i succhi, ma dall’altra parte la conversazione rischia di risentirne, visto che di “baloney” non c’è da fidarsi.

Comunque ieri sera, non avendo niente da fare, mi sono unito ad alcuni ragazzini che nel cortile del motel davano due calci al baloney. Finita la partita, anch’io mi sono fatto un baloney sandwich.

Quand’ecco che sul telefonino mi è arrivato il risultato della partita di campionato:

Inter 3 – Baloney 0