G 11 > Safford (AZ) – Glenwood (NM) 135 km

Con un giorno di ritardo, ecco la descrizione del passaggio dall’Arizona al Nuovo Messico, con due passi di rispettivamente 1.600 e 1.920 metri: la tappa finora più micidiale sul piano fisico, ma forse la più interessante sul piano paesaggistico e umano.

Piccolo dettaglio: in questa tappa, l’unica possibilità di rifornimento è la località di Three Way, così chiamata, presumo, perché punto di incontro di tre strade. La cosa si presenta così: un incrocio enorme e polveroso, un negozietto tipo bazar sulla destra con un recinto ex-pollaio e due pompe di benzina senza tettoia sulla sinistra, più, come lussuosissimo allegato, una cabina di plastica per le esigenze corporee su cui sorvolo, altrimenti sconfino nel vietato ai deboli di cuore.

Ma i cambiamenti di paesaggio sono incredibili: a momenti sembra di essere sulla luna, solo sassi e pietre, e sullo sfondo la catena vulcanica delle Colline Nere, tradizionale territorio dei Chiricahua.

Per chilometri il deserto è solo cespugli di ginepro e qualche cactus, poi compaiono macchie di viola che mi si dice essere lupini e astragali.

Poi improvvisamente le colline si tingono di un giallo vivissimo: è la fioritura dei papaveri gialli, uno spettacolo magnifico, che in certi anni di siccità può durare un solo giorno, un momento di tenerezza in un ambiente che più ostile non si può.

Ma appena si supera il versante e si sconfina nel Nuovo Messico, ecco che sembra di essere sulle Dolomiti, con i pini “Ponderosa” della foresta Apache e della foresta del Gila. Si scende di qualche centinaio di metri e si ricade in un catino arido di erba secca su cui qualcuno sembra aver piantato a casaccio solamente piante di yucca.

Anche se gli occhi hanno avuto la loro parte, il fatto resta che dodici ore di sella danno fastidio comunque. Ma qui non c’era soluzione. Per di più, per trovare l’unico paese con una parvenza di motel, a fine giornata ho dovuto deviare dal percorso di ben 20 miglia. Fortunatamente, ho diviso buona parte del percorso con Karman, il canadese che fa la stessa strada ma usa i campeggi, e con il gruppo di Adventure Cycling, che più che un gruppo organizzato sembra l’armata Brancaleone in libera uscita. Uno di questi giorni lo descrivo meglio, perché è uno spasso.

A sera, sono arrivato solitario e stravolto nel ridente borgo di Glenwood, 200 abitanti, fra cui l’anziana signora in vestaglia a fiori che mi ha accolto al White Water Motel.

Apprendo nell’ordine che: non c’è copertura per nessun gsm, l’unico bar/ristorante chiude di lì a 20 minuti e se voglio il wifi posso mettermi fuori dalla biblioteca comunale, ovviamente chiusa. E ovviamente siamo vicini a zero gradi, vista l’escursione termica da queste parti.

Mi presento al bar vestito da ciclista, sudato, puzzolente e morto di fame, e vengo immediatamente catalogato come un pazzo dai presenti: sono tutti locali, tutti con i jeans, tutti gli uomini col cappellone da cowboy e gli stivaletti con la punta e il tacco a rientrare, come quelli che ci mettevamo negli anni ‘70 per fare i fighetti in discoteca. Uno ridendo mi fa: “Ti ho visto per la strada e ho cercato di metterti sotto, ha ha ha!”. Umorismo dell’America profonda. Sua moglie gli dà un calcio.

Sto al gioco, ovviamente, ma la sorpresa più bella della serata è quando al mio tavolo si siede Bucky (pronuncia Bàki), il proprietario. Gli racconto la mia storia. Mi racconta la sua: per 28 anni bassista on the road con i grandi nomi del country, gestisce questo locale aperto dal bisnonno, che venne chiamato Blue Front perché durante il Proibizionismo il blu stava a significare che minatori e cowboy della zona potevano venire a bere e le autorità chiudevano un occhio.

Parliamo di tutto e la conversazione continua la mattina dopo: parliamo di Obama e del perché la riforma sanitaria non può funzionare, della criminalità tremenda del Messico, dove pure Bucky ha una casa, della situazione degli indiani di oggi, impoveriti ed emarginati, della presenza sempre più forte dei Mormoni e altri gruppi religiosi, di Glenwood e dell’Italia, che ha visto in tv e vorrebbe visitare, della crisi economica e di Lance Armstrong, che l’anno scorso è passato di qui durante il Giro del Gila.

Mi mostra i libri di Tony Hillerman, lo scrittore che ha inventato i detective Navajo, e i dischi di Charlie Daniels, un grande della musica country.

Una persona affascinante Bucky, una persona buona, tollerante, un conservatore come tutti lo sono in questo mondo rurale, ma curioso di capire e capace di raccontare. Mi ha offerto di farmi accompagnare col pick-up da suo figlio, Colby, in modo che non debba rifare le 20 miglia per riprendere il cammino. E così è stato. La mattina dopo ci siamo bevuti un mezzo litro di caffé insieme e sono partito col camioncino.

Per ringraziarlo gli ho regalato una cosa a cui tenevo molto: il cappellino della nazionale italiana di ciclismo che volevo mettere per la foto a fine viaggio. Non importa. Bucky lo metterà al prossimo concerto di beneficenza.

So che il mio berretto è in buone mani.

Buona Pasqua Bucky.

G10 – Globe(AZ) – Safford (AZ) 128 km

Quando nel 2007 Repubblica e l’Espresso lanciarono la ristampa storica degli album di Tex a colori, un famoso giornalista del gruppo scrisse:

“Nelle strade che attraversano l’Arizona i Navajo, quelli che avevano ribattezzato Tex Aquila della notte in segno di rispetto, ci sono sempre, come da 10.000 anni e nei pueblo, le costruzioni di mattone e pietra che resistono sulle “mesas”, le tavole degli altipiani, respirano sempre quel vento gonfio di misticismo, di spiriti grandi e piccoli, di danze di mocassini, che riportano queste terre a una dimensione temporale infinita come il cielo che le avvolge”.

Vorrei dare due possibili chiavi di lettura di questo testo.

La prima: NON È VERO NIENTE

I Navajo, il cui vero nome è Diné, sono la popolazione indiana più numerosa (circa 250.000) e sono strettamente imparentati con gli Apache. I pueblo resistono di sicuro sulle “mesas”, ma sono abbandonati da tempo e i Navajo o sono andati ad abitare in città o vivono in gruppetti di case sparse, povere, in genere prefabbricate. Il misticismo, gli spiriti e le danze di mocassini servono per intortare i turisti che a milioni visitano queste terre inospitali, attratti soprattutto dal Grand Canyon (che si trova in parte nella loro riserva) e dalle bellezze naturali. Hanno resistito fino a poco tempo fa, ma alla fine hanno deciso che per fare soldi anche loro dovevano aprire un casinò, come tante altre tribù indiane hanno già fatto.

I Navajo hanno uno statuto che dà loro grandissima autonomia fiscale e anche legislativa, al punto che si parla di “Navajo Nation”. Stamattina, il loro giornale, il Navajo Times, invitava tutti a partecipare al censimento in corso, perché i contributi federali (1 miliardo di $) si basano sul numero di Navajo censiti. A proposito, per essere riconosciuti tali, bisogna possedere almeno un quarto di sangue Navajo (cioè un nonno o una nonna). Quindi se mio nonno fosse venuto da queste parti a inizio ‘900 invece di lavorare la terra nella bassa romagnola, io adesso mi chiamerei Bicicletta Pazza e parlerei la lingua ancestrale, che, non dimentichiamo, l’esercito americano usò nella seconda Guerra Mondiale per inviare messaggi segreti, dato che nessuno all’infuori dei Navajo poteva capire quella lingua!

Sono gli unici ad allevare su piede di completa parità maschi e femmine, tanto che all’epoca delle guerre indiane, anche le donne combattevano contro l’uomo bianco. La loro società è matriarcale. La nonna/donna comanda in casa e quando una donna si sposa è l’uomo che va ad abitare a casa di lei, portando una dote, tradizionalmente un certo numero di pecore.

Hanno un tasso di disoccupazione altissimo, gravissimi problemi di alcolismo, diabete e obesità, ben oltre la media. Questa mattina, al negozio della riserva San Carlos, sembrava di stare in un quadro di Botero: ma è qui che ho incontrato Raymond, la faccia da Charles Bronson bruciata dal sole e non solo, amante dell’Italia perché l’ha vista in tanti film, amante del vino e del formaggio italiani che trova persino quaggiù, una vita da raccontare, se solo uno avesse il tempo di ascoltarla tutta. Volete far felice il mio amico Navajo? Colleziona cartoline da tutto il mondo. Mandategliene una anche voi, come ho promesso di fare io. Questo è il suo indirizzo: Raymond Allen, P.O. Box 99 Peridot Arizona, 85542 USA

Seconda chiave di lettura:

È TUTTO VERO !

Stamattina sono passato al campo di Nuvola Rossa, ma Tex e Carson erano partiti all’alba. Hanno ricevuto un telegramma da El Morisco e sono partiti per raggiungerlo a El Paso. Prima però passeranno dall’accampamento di Cochise per ringraziarlo del suo aiuto nel caso del detective della Pinkerton ucciso da James Parker, il rinnegato zoppo di Fort Apache.

Kit e Tiger Jack sono in giro a cacciare sui Mogolloni già da una settimana. L’uomo della medicina mi ha offerto il calumet della pace e abbiamo mangiato carne di bisonte. Non potendo raccogliere gli autografi dei nostri eroi, il vecchio guerriero Pelle di Bisonte Bisunta mi ha regalato una fotografia rarissima che ritrae Kit e Tiger quand’erano bambini e mi ha detto: “Che il Grande Spirito sia con te, Bicicletta Pazza, ma stai attento ai camion!”

G9 – Tempe (AZ) – Globe (AZ) 126 km

Besh-Ba-Gowah non è il nome di un insediamento israeliano nel deserto del Negev. È il nome che noi Apache diamo alla città che l’uomo bianco chiama Globe, in Arizona.

In realtà, a Globe c’è un sito archeologico importante, un pueblo risalente a ca. 700 anni fa. Si può visitare per vedere le stanze, le suppellettili, il vasellame e le armi degli indiani Hohokam, che lo abitarono in epoca pre-colombiana.

Nel 1600 o giù di lì fecero la loro comparsa gli Apache, che ne fecero un loro territorio e lo ribattezzarono Besh-Ba-Gowah, che significa “luogo del metallo”. Non è un caso che, ancora oggi, qui intorno ci siano miniere attive e un importante impianto di lavorazione del rame.

Però a noi piace ricordare che Globe è stata associata al capo indiano Geronimo e a Apache Kid, lo scout dell’esercito diventato fuorilegge, che venne processato qui nel 1889. Condannato, evase, ovviamente. A causa della lontananza da Phoenix e della vicinanza alla riserva Apache, Globe rimase per anni una vera città di frontiera. La sua storia è piena di omicidi, assalti alla diligenza, rapine, banditi, linciaggi e attacchi indiani alle fattorie e ai minatori.

Ci sono arrivato dopo una giornata dura, passando dai 900 metri del Passo Gonzales e dai 1.500 metri di un altro passo che chiamano Top of the world e dopo essermi lasciato alle spalle il Parco Naturale Tonto, che quando vedi il cartello ti chiedi se, in effetti, non sei un po’ cretino a fare quello che fai.

È stato anche il giorno delle forze dell’ordine, con cui ho avuto a che fare tre volte: prima la stradale, che mi ha fatto uscire dall’autostrada che attraversa Tempe. Sospettavo di non poterci stare, ma ho fatto l’indiano. Qui però di indiani ne hanno già tanti e mi hanno sgamato.

Poi c’era l’agente modello Robocop che fermava il traffico per permettere agli operai di rifare e asciugare le strisce bianche. E infine la sergente Spence. Qua fanno così: chiudono un pezzo di strada di un paio di km e chi c’è c’è. Controllano i freni, la portata, lo scarico, le luci, in pratica rifanno il collaudo a tutti i veicoli che hanno pescato. La sergente Spence, ridendo, mi ha detto che stavo superando il limite di velocità. Io ho risposto che invece superavo il limite di peso consentito, e così le ho fatto anche una foto!

La storia di queste terre, come la conosciamo dai film western, sembra fatta solo di cowboy, pistoleri, bari, sceriffi e rapinatori di banche. In realtà, i veri conquistatori del West sono stati i minatori in cerca di fortuna, gli allevatori di bestiame in cerca di pascoli e gli agricoltori in cerca di sempre nuove terre da coltivare. Ogni volta che la frontiera si spostava verso occidente, si formavano nuovi insediamenti abitativi. Chi dice miniera dice soldi, chi dice soldi dice saloon, albergo, negozi, bottega da barbiere con licenza di dentista, maniscalco, dottore, notaio per le concessioni, insomma tutta una popolazione che, aggregandosi, formava un villaggio e a volte una città vera e propria.

Formato il nucleo, il problema più grande era quello di dargli un nome, visto che quello datogli dagli indiani non lo capiva nessuno. Spulciando la lista dei toponimi, è evidente che le fonti di ispirazione erano fondamentalmente tre: nomi di vegetazione o colture locali, nomi di donna e nomi di fondatori delle città stesse o personaggi di spicco. Cominciamo dai primi: troviamo noci (Walnut Canyon), fragole (Strawberry), pesche (Peach Springs), cactus (Ocotillo), alberi (Palo Verde e Sycamore) e altri ancora. Le donne hanno ispirato il lago Mary e le città di Sedona e Salomè, e infine ai loro fondatori sono dedicate tra le altre Prescott, Wickenburg, Seligman e Williams.

Trasferiamo il tutto in Italia e, tanto per rendere l’idea, scegliamo alla cieca sull’atlante. Cadiamo casualmente sul ridente borgo di Cotignola che, a rigor di logica, dovrebbe chiamarsi “Pesca Nettarina”. Essendo nata come accampamento militare romano, Ravenna si chiamerebbe come minimo Scipione. Quindi, per andare da Nettarina a Scipione, si passerebbe per Giuseppina (Bagnacavallo), Kiwi (Taglio di Cortina), Fico Secco (Russi), Godo (rimane invariato) e infine Pamela (Fornace Zarattini). Volendo ci si può fermare a prendere il caffè al Bar da Gigio, che non è un toponimo, bensì il nome di un topo.

Scherzi a parte, prendiamo un esempio assolutamente veridico: Phoenix è solo l’ultimo, in ordine di tempo, fra i tanti nomi della città che si sono succeduti nel corso specialmente dei primi anni. Venne scelto, dopo vari tentativi, perché il fondatore della comunità riaprì e rimise in funzione una fitta rete di canali d’irrigazione scavati, usati e infine abbandonati dai nativi indiani. In tal maniera, poté risorgere dalle sue ceneri una fiorente agricoltura, al punto da rendere plausibile il parallelo con la Fenice della leggenda e, se è per quello, anche con il Teatro di Venezia.

Ma fra i tanti nomi usati prima di questo, il più simpatico è sicuramente Pumpkinville, ovvero Città delle Zucche (o Zuccopoli), dato che quella era la coltura prevalente all’epoca dei primi coloni.

Pensate, se il nome avesse attecchito, oggi gli abitanti di Phoenix non sarebbero più i Fenici, bensì gli Zucchini.

O forse gli Zucconi !

Riposo e visita al Grand Canyon. Viaggio organizzato in pulmino da Phoenix. Oggi, essendo il mio primo giorno di riposo, mi limito ad alcune comunicazioni di servizio. Innanzitutto vorrei ringraziare tutti coloro che mi mandano messaggi su Gmail o su Facebook, e in particolare tutti coloro che oltre a leggere il blog lasciano i loro commenti. Leggerli è la prima cosa che faccio ogni sera, appena arrivo un po’ stravolto al motel. Mi divertono e mi danno la voglia e l’ispirazione per continuare a scrivere. Ho sempre pubblicato tutti i commenti, anche quando, con mia grande sorpresa, sono stato criticato da alcuni neo-borbonici per aver accennato scherzosamente alla burocrazia del Regno delle Due Sicilie. Quindi, continuate cosi! A chi mi chiede più foto e primi piani, ricordo che non è sempre facile mettere l’obiettivo sotto il naso di qualcuno. Ieri, ad esempio, ho pubblicato la foto di tre indiani che uscivano dal negozio con una scatola di barattoli di birra sulle spalle. Avevano certe facce, che ho ritenuto saggio riprenderli di spalle, fingendo di fare una foto del paesaggio urbano

A chi si preoccupa della violenza stile Easy Rider, dico comunque che non ne ho visto traccia. Un ciclista è per definizione piuttosto innocuo!

In secondo luogo, le connessioni Internet a volte sono difficoltose, per cui se una volta o l’altra non trovate il mio solito post non fateci caso. Vuol dire che c’è un problema tecnico. Ieri sera, ad esempio, non funzionava il router e, nonostante ci fosse il segnale, la connessione non si faceva.

In terzo luogo, la cosa forse più importante. Il viaggio serve senz’altro a me per far riposare i neuroni affaticati da 30 anni di Bruxelles, ma vuole anche essere un aiuto a chi ne ha veramente bisogno.

Per questo, vi ricordo che, se volete, potete dare una mano all’associazione Ruvuma, di cui vi do il sito: www.ruvuma.it

Ricordo che potete dare un contributo direttamente all’associazione, oppure sul conto speciale che ho aperto a Bruxelles presso la BNP Parisbas Fortis, agenzia Schuman.

 

Ps: Grazie ad Arbaio, che nel suo commento di ieri precisa che anche il versamento del 5 per mille è un’opzione interessante, trattandosi di una onlus accreditata!

Questo è quanto, per ora. Dimenticavo di dire che finora il tempo è stato bellissimo, sole ogni giorno. Per oggi si prevede molto vento ed è in arrivo una tempesta. Speriamo bene, perché da oggi il terreno ricomincia a salire. Si entra sempre di più nel vero West e sto oliando il Winchester.

A domani, wifi e Apache Kid permettendo!

G7 – Wickenburg (AZ) – Phoenix (AZ) 117 km

E così arrivo nella capitale dell’Arizona, Phoenix, la Fenice, appunto. Quello che mi fa ridere è che, con faccia di bronzo invidiabile, gli abitanti si sono impossessati del nome di uno dei grandi popoli del passato. E si fanno chiamare Fenici. Nientemeno, alla faccia della modestia.

Nella fattispecie, mi viene in mente la vecchia storiella del presidente Reagan che, in visita ad Amburgo e volendo riprendere, adattandola, la famosa frase di Kennedy, inizia il suo discorso con un terrificante: Ich bin ein Hamburger!

Un passo indietro. Il punto di partenza della tappa è stata la cittadina di Wickenburg, fondata attorno al 1860 come insediamento di minatori e cercatori d’oro e argento. È finora il primo posto dove parecchia gente va veramente in giro col tipico cappello da cowboy in testa, il mitico Stetson, dal nome dell’inventore.

A parte i cappelli, però, Wickenburg dà l’idea del trappolone per turisti, una specie di Disney-west. Tutto è stato (ri)costruito per dare l’impressione di essere in una città della vecchia frontiera; addirittura ci sono statue di finti pistoleros e ballerine fuori dal saloon con le porte girevoli di plastica, finti cowboy con stivali a punta e lazo e l’immancabile sceriffo con la mascella volitiva: praticamente John Wayne.

Ma dicevamo di Phoenix. Per capire cos’è, bisogna pensare all’espressione “a macchia d’olio”, perché proprio di questo trattasi: quattro o cinque città cresciute nel deserto e che si sono andate avvicinando col tempo, fino a formare un grumo urbano indistinguibile di circa 100 km per 100 km! Dato che le cartine ciclistiche non sono sempre inappuntabili, è finita che mi sono perso e ho fatto una trentina di km più del dovuto.

Ciò mi ha permesso però di vedere le varie facce della città.

C’è un quartiere che sembra di essere in una puntata di Beautiful: villoni, giardinoni, macchinoni e tutti gli “oni” che vi vengono in mente, nel bene come nel male. Le case sono rigorosamente ad un piano solo, che gli americani si ostinano a chiamare primo piano e il resto del mondo chiama pianoterra. Per avere una casa di più piani, o si è un miliardario eccentrico abituato ad andare a Montecarlo, o un disgraziato.

Caratteristica inconfondibile: un odore inebriante di fiori d’arancio, che mi ha accompagnato per almeno 20 km. L’arancio (col tronco tutto bianco per motivi fitosanitari) è la pianta d’elezione dei quartieri chic, anche se poi la gente va a comperare le arance della Florida. La seconda pianta per eccellenza (udite, udite) è l’ulivo. Quando ho visto tutti quegli ulivi nei giardini e lungo i viali, ho temuto che la mia neonata ma fiorente attività di produttore di olio ( ben 30 litri nel 2009) fosse destinata al fallimento. Qui basta che raccolgano le olive di due case che già mi surclassano…

Astutamente, ho interrogato con fare distaccato Carlito, un volonteroso giardiniere messicano fra i tanti che popolano il quartiere e ho scoperto che posso dormire sonni tranquilli. Avendo los señores americanos una barca di soldi, preferiscono comperare l’olio d’oliva Bertolli al negozio locale macrobiotico a 20 dollari la bottiglia (da mezzo litro). Per di più, hanno il terrore che le olive cadano a terra e insozzino i preziosi prati all’inglese. La soluzione è semplicissima: si paga Carlito non per raccogliere le drupe, ma per irrorare le piante con un prodotto che impedisce alle olive di formarsi. Posso seriamente pensare a trovare un importatore per il mio olio a Phoenix!

Continuando verso la destinazione, sono transitato per il gigantesco quartiere del ceto medio: le strade vanno dalle 4 alle 6 corsie, più quella per svoltare. Facendo i conti, all’incirca il triplo della statale Adriatica.

Case linde con giardino e garage, pick-up nel vialetto, bandiera americana al vento. Niente aranci o ulivi, evidentemente troppo da fighetti. Qui si ritorna al buon vecchio cactus saguaro (pronuncia “sauàro”) trapiantato in tutte le forme e dimensioni direttamente dal deserto.

Da ultimo, sulla strada dal centro all’aeroporto, mi imbatto nel quartiere dove abitano, tra gli altri, tutti i Carlito più o meno legali di cui sopra.

Le case diventano tugureggianti, la pelle delle persone diventa misteriosamente più scura, crescono i decibel delle conversazioni e, tristemente, cresce il volume della gente, che si nutre quasi esclusivamente di birra ghiacciata e di fast food. E si vede!

Compaiono i venditori di pneumatici usati (sic) e le attività tornano a chiamarsi con il loro nome: nel quartiere “in” ho visto un indimenticabile Complete auto care and collision damage center, letteralmente “centro assistenza totale auto e danni da collisione”.

Qui si torna a parlare di auto-carrozzeria.

G 6 | Salome (AZ) – Wickenburg (AZ) 88,5 km


Tappa all’insegna della tranquillità. Una strada unica per 88 km e tre curve in tutto. E poi cactus, tanti cactus. Che più li guardi, più capisci da dove viene il gestaccio col dito medio che gli americani hanno esportato in tutto il mondo.

Insomma, sono in Arizona da due giorni, ma non c’è paragone: San Diego e la California mi sono rimasti nel sangue.

Ripensandoci, quello che mi ha colpito di San Diego, oltre al fatto che deriva il suo nome da quello del santo protettore di Canicattì (verificate, se non mi credete) è la naturalezza con cui convivono fianco a fianco realtà diverse, addirittura opposte. Qualche esempio per capirci.

Alla rada c’è nientedimeno che la portaerei Midway, che ha partecipato alla guerra di Corea a quella del Vietnam e alla prima guerra del Golfo. Anche se adibita a museo galleggiante dal 2004, resta un simbolo imponente della potenza militare americana.

Ebbene, giusto di fronte alla poppa della nave, con vista sui turisti che prendono il caffè tra gli aerei da caccia, un gruppo di veterani pacifisti ha piantato un gran numero di croci bianche sul terreno per chiedere il ritorno delle truppe dall’Iraq e predicare rispetto per i soldati, e non per la guerra.

San Diego è una città ricca, senza ombra di dubbio. Però ci sono anche i senzatetto che, caso strano, sono quasi tutti di colore. Hanno due mezzi di trasporto delle loro cose: il carrello del supermercato o (esito a dirlo) la bicicletta.

Da qualche giorno ce n’è anche uno con una valigia a ruote: gliel’ho regalata io prima di partire, visto che dalla mattina seguente avrei usato solo le sacche della bici.

Un’altra categoria presente in forze in città è quella delle persone-sandwich. Il lavoro sta nel roteare vigorosamente un cartello più o meno grande, che reca il nome di una ditta o persona che vuol farsi pubblicità. Lo scopo è quello di attirare lo sguardo dei passanti, ma soprattutto degli automobilisti. Il risultato paradossale di questa forma di precariato pubblicitario è che il traffico va in tilt.

L’ho visto con i miei occhi: i ragazzi vestiti da statua della libertà schiacciavano continuamente il bottone del passaggio pedonale, per cui ogni minuto scattava implacabile il canto degli usignoli del semaforo per i pedoni (che non c’erano) e loro potevano mostrare agli automobilisti imbestialiti il nome del commercialista che li pagava. Intanto che c’erano, potevano proporre almeno di lavare i vetri…

A San Diego c’è posto per tutti. Pur essendo grande tre volte Bologna, si sente sulla pelle che la gente è più rilassata che altrove. C’è una gioiosa mescolanza di razze, colori, abitudini e riti.

Vivi e lascia vivere sembra essere la regola: c’è la Little Italy tirata a lucido e organizzatissima, ci sono le comunità asiatiche che commerciano di tutto, c’è il jazz club gestito dalla moglie del compianto Jim Croce, c’è la veggente “europea” (come se le veggenti europee vedessero meglio), ci sono i messicani onnipresenti, che sono la linfa vitale che fa funzionare il corpaccione un po’ molle di questa città.

E, last but not least, ci sono ancora i “fricchettoni”, quelli che domattina si parte col pulmino Volkswagen per andare a sentire Joan Baez, i reduci incrollabili, quelli che hanno in faccia più rughe di Iggy Pop, quelli che la dogana può sequestrare tutta la “maria” che vuole, tanto io me la faccio nell’orto…

Andando a piedi a prendere la bicicletta ormai pronta al negozio, mi si avvicina un tipo, modello Jesus Christ Superstar che mi fa (giuro che è vero): “ Hey man, you ‘seen my missing chicken?”. Cioè, in pieno quartiere residenziale radical-chic, uno mi chiede se ho visto la gallina che ha perso? Credevo di aver capito male, e invece no. Mi ha spiegato con garbo che il comune permette di tenere polli e galline, ma non i galli, che fanno troppo rumore. E che una delle sue sei galline ogni tanto scappa e va a deporre un uovo sotto una macchina. Sono andato via ridendo dentro.

Fintanto che c’è gente così, che con la vita ha combattuto e ha preso un sacco di botte, ma vuole ancora tenere le galline, beh c’è ancora speranza!

E, chissà perché, mi sono ricordato della vecchia barzelletta del pugile che per tutto l’incontro le ha prese ma non demorde, e all’ultima ripresa fa all’angolo: “Come vado?”.

“Benissimo, se l’ammazzi pareggiamo”.

G 5 | Blythe – Salome (100 km)

Una storia da brivido

Scrivo un breve resoconto della giornata di sabato mentre mi trovo nella camera di un motel nella cittadina di Salome, 1690 abitanti.

La frase che ho appena scritto contiene due errori e un mistero.

Errore n° 1: Salome non è una cittadina, bensì 4 case, una stazione di servizio e un bar/ristorante.

Errore n° 2: questa non è una camera di motel, bensì dovrebbe figurare sulla copertina del libro “Come fare perché un turista non torni mai più”.

Il mistero è come fanno 1690 persone a vivere in 4 case.

Ma andiamo con ordine. Stamattina ho salutato i miei compagni di viaggio di ieri e ho attraversato il fiume Colorado, entrando così in Arizona e in un nuovo fuso orario. Vento laterale, a tratti contrario, in ogni caso molto fastidioso. Arrivo a Quartzsite (3.000 abitanti), borgo famoso perché attrae due milioni di persone ogni anno con i suoi mercatini dell’usato e le immense rivendite a cielo aperto di rocce e pietre più o meno preziose!

Ricco pranzo da Mcdonald e ricongiungimento col gruppo organizzato da Adventure Cycling. Dopo due giorni di incontri stradali, ormai ci salutiamo con affetto, riconoscendo la comune “follia” che ci ha spinto a cominciare questa avventura.

Poi affianco Karman, un canadese che gira stracarico con una bicicletta italiana (Vitali) e si rivela essere di ottima compagnia per tutto il resto della tappa.

In pratica, una giornata positiva sul piano sociale, splendida sul piano paesaggistico, mediocre sul piano logistico. Detto del sociale, confermo che il paesaggio è emozionante. Cominciano a comparire i cactus saguaro, che arrivano facilmente a misurare 5-6 metri di altezza e risaltano nella macchia desertica, fatta di piante e cespugli attualmente in fiore, e dai nomi esotici di creosote e ocotillo. Il tutto incorniciato da catene montagnose completamente brulle, dai colori molto drammatici.

Però la sensazione è che, rispetto alla California, l’atmosfera sia cambiata. La gente rimane gentile, per carità, ma tutto sembra più decadente, più vecchio, più trasandato; dalle automobili alle case, ai terreni, per non parlare del motel. Negozi chiusi, baracche qua e là e poca vita. Il movimento sembra concentrato sulla strada interstatale I-10, piena di autotreni in fila che sembrano scappare verso est. Come me!

Il ristorante, con annesso bar, di  Salome (Cactus Restaurant Bar) è l’unico luogo di perdizione nel giro di 50 chilometri. Meriterebbe un film con regia di Tarantino, per la fauna che vi incontro.

Personaggi e interpreti.

Mentre entro, se ne va una famigliola triste di messicani.

Sono le 7 e 20. Il ristorante chiude alle 8! Sono ormai l’unico cliente.

Il cameriere, in realtà figlio della proprietaria, zoppica vistosamente. Dice che corre il campionato di quad della costa pacifica e quello del Messico. Finalmente ha uno sponsor. Ha anche una fidanzata italo-americana che sta a Phoenix, cioè a 200 chilometri, che di cognome fa Acerbi. Visto che devo passare di là, quasi quasi cerco l’indirizzo

La madre tiene il ristorante, ma è un’attività stagionale, visto che d’estate da queste parti ci sono 55 gradi all’ombra e non passa nessuno. Fa i lavori anche al motel. Segue il figlio sui campi di gara. Il cuoco ha la mia età, i capelli a treccia fino a metà schiena e porta una bandana da pirata modello Hell’s Angels. Di giorno fa il benzinaio e colleziona statue di rane.

Wayne è un avventore del bar, mi racconta due barzellette politicamente improponibili e corteggia due bruttezze locali che siedono al bancone, spalleggiato da due messicani che mi ricordano rispettivamente il sergente Garcia (quello di Zorro) e Topo Gigio. Ovviamente tutti ubriachi, e sono appena le 8 e mezzo di sera.

Domanda più che legittima: “Chi è l’assassino?” Non lo so, ma nel frattempo mi trovo di fronte a un ultimo mistero: la bottiglia della birra che ho bevuto a cena porta una menzione incomprensibile per me: cold activated bottle, letteralmente “bottiglia attivata dal freddo”. Cosa ci sarà dietro?

Svolgo una indagine discreta ma precisa presso i locali e scopro che il segreto è nell’etichetta: se la birra è fredda, le montagne disegnate sull’etichetta diventano blu. Dopo mezzora che la birra è a temperatura ambiente, l’etichetta ridiventa bianca. Un’invenzione perfettamente inutile, basta prendere in mano la bottiglia per sentire che è sottozero, in un paese che ha il culto del bere ghiacciato. La tecnologia al servizio della colite!

Apro un’ultima bottiglia mentre scrivo e vedo un’auto arrivare lentamente a fari spenti fin davanti alla porta della mia camera… Chiudo a doppia mandata e un brivido mi corre lungo la schiena.

Non è paura, ma, chissà perché, le montagne sull’etichetta sono diventate color blu notte…

Salute!

La California, presa individualmente, sarebbe l’ottava potanza mondiale. Peccato non abbia più un soldo in cassa. Gli altri stati dell’Unione la seguono a ruota. Stante la profonda avversione del cittadino americano a dare (più) soldi allo stato per finanziare i servizi, la soluzione obbligata sta nel tagliare il più possibile le spese, o nel non generarne di nuove.

Tanto per cambiare, sono stati i cartelli stradali a farmi scoprire un fenomeno curioso. Regolarmente, infatti, vedevo ai lati delle strade, grandi o piccole che fossero, dei pannelli di diverse forme e colori con un unico messaggio inquietante: available for adoption, letteralmente “disponibile per adozione”.

D’accordo che in questo paese, e non solo, la pubblicità è l’anima del commercio, ma questo mi sembrava troppo: erano forse persone che offrivano la disponibilità ad ampliare il loro nucleo familiare? O era piuttosto un orfanotrofio che si faceva pubblicità, o ancora qualche studio di avvocati senza scrupoli in cerca di affari? Per fortuna, niente di tutto questo: i bambini non c’entrano assolutamente nulla.

Sapevo di un sito che propone di adottare un animale e offre un vastissimo campionario che comprende inter alia cervi, alligatori, elefanti, coccodrilli, somari, dugonghi, gorilla, squali, oche, orsi, alci e leoni di mare. In ogni caso, una forma vivente. Ma nemmeno questa era la soluzione.

In realtà, gli americani sono riusciti ad andare oltre il confine della vita: qua si può adottare un pezzo di strada! Il sistema funziona così: i bordi delle strade sono pieni di schifezze, gli operai del comune costano, quelli della contea pure. I lavori socialmente utili (quelli fatti da squadre di 6, di cui uno lavora e gli altri cinque guardano e discutono con gli spettatori pensionati che criticano) non sono un’opzione valida per una amministrazione “leggera” dello stato. E così si appalta per due miglia la pulizia di strade, fossi ed eventuali corsie di emergenza a dei volontari. In cambio di cosa? Della possibilità per costoro di usare gli stessi pannelli per farsi pubblicità, cosa altrimenti vietata lungo gli assi stradali.

Ho raccolto due esempi fra tanti di felice connubio pubblico-privato. Il “Magnolia 4 H Club” è un’associazione goliardica dell’università di Berkeley: per un anno le matricole svolgono a turno questa simpatica corvè prima di poter accedere al Club. La famiglia di Ned Hyduke (pronuncia “Haiduk”) è originaria di Spalato (questa è riservata agli amanti del calcio) e usa l’adozione come metodo di insegnamento: ogni volta che uno dei figli prende un’insufficienza a scuola, va a pulire. Così impara. A giudicare dallo stato pietoso delle due miglia adottate, i figli di Ned Hyduke sono dei geni.

 

Ps: Per rispondere a qualche commento sul post di ieri, ho verificato che gli orsi, come i cervi, bramiscono. Gli orsi che raccontano barzellette, infatti, sono Bramieri.

 

(Per capire questa occorre avere almeno 40 anni)

Stamattina ho fatto un discorso molto chiaro ai tendini del mio ginocchio destro: “Ragazzi, il prossimo albergo è a 140 km. Se avete intenzione di lamentarvi tutto il giorno, ditemelo subito e restiamo a letto!”. Hanno promesso di fare i buoni e, dopo un massaggio alla canfora, hanno cominciato a macinare strada.

Confesso subito di essermi fatto un decreto interpretativo sul concetto di viaggio solitario: il gruppo con cui ho cenato ieri sera mi ha fatto un’offerta che non potevo rifiutare. Visto che la tappa è obbligata, perché non mettere le mie due sacche sulla loro auto, in modo da facilitarmi la vita per un giorno? Detto fatto e, col senno di poi, dico “per fortuna”!

Conoscendo i miei limiti, ho pensato bene di partire prima di tutti alle 7 in punto. L’inizio è stato perfetto: freschino, brezza alle spalle e sole che pian piano si alza ad illuminare la pianura dell’allevamento di bestiame e dell’agricoltura intensiva. Pascoli, campi di erba medica immensi, pecore al pascolo e un serraglio di vitelli di almeno (non esagero) 1 km quadrato.

Ma dopo una trentina di chilometri, ecco apparire, improvviso e magnifico, il deserto. Dapprima una distesa di terra e sabbia punteggiata di rara macchia desertica e qualche cactus, poi il vero e proprio deserto di dune: uno spettacolo maestoso! Unico problema, la sabbia sospinta dal vento che, oltre ad appiccicarsi alla pelle, ricopriva la strada per chilometri: come quando si correva la Formula 1 a Zandvoort, in Olanda, ma questa è un’altra storia.

Dopodiché, una lunga salita in un paesaggio lunare, fra catene di montagne completamente brulle e colorate di varie sfumature di marrone: non a caso le chiamano Chocolate Mountains!

L’ultima parte della tappa si è snodata di nuovo su terreno pianeggiante, fra grandi campi d’erba medica e possenti impianti di irrigazione.

Fin qui la nuda cronaca. Ma la realtà è stata un po’ diversa.

Intanto, ho fatto conoscenza con un nuovo nemico: il vento contrario. E che vento: avere il vento in faccia, più che a favore, oggi voleva dire viaggiare a 7 miglia all’ora invece di 17. Ho avuto un momento di sconforto notevole quando ho pedalato controvento in salita per una decina di chilometri, poi per fortuna la statale ha piegato a est e il vento è diventato perlomeno laterale. Poi ho avuto un’altra dose di avvallamenti: la famosa strada a fisarmonica che, sembra, sarà la caratteristica pressoché unica del Texas.

In tutto questo, qualcosa da raccontare comunque c’è.

Dopo le città “disincorporate” e le città fabbrica, ho trovato la città bazaar, nel senso che l’unico edificio esistente contiene l’unico negozio che vende tutto e il suo contrario. Si chiama Glamis e il proprietario del negozio è probabilmente la seconda persona più ricca del mondo dopo il sultano del Brunei, visto quello che fa pagare per un Gatorade. D’altra parte, nel giro di 40 km da ambo i lati c’è solo sabbia e cactus, quindi… accomodarsi alla cassa, please!

A dire il vero però, poco prima di Glamis c’è un quarto tipo di insediamento urbano atipico: la città dei dementi. Sei tendoni e un chiosco su ruote, tutti appoggiati sulla sabbia, adibiti i primi a magazzini e il secondo a fornitore di (sic) colazione, pranzo e cena.

Parcheggiati sulle dune, una lunga teoria di Suv e di pick-up che servono a trasportare i cosiddetti quad, quelle specie di mostri su quattro ruote che hanno la particolarità di non servire assolutamente a niente se non a far correre sulla sabbia i loro possessori, i dementi di cui sopra.

La vera nota positiva è che oggi il percorso della tappa era frequentatissimo: ho incontrato infatti un gruppo di una dozzina di ciclisti che fanno la traversata come me, ma sono inquadrati da Adventure Cycling (quelli da cui ho comperato le cartine stradali, per intenderci). Ho affiancato tre o quattro di loro e ne sono nate conversazioni interessanti. Una in particolare, con Elias, detto Ely (pronuncia Ilài): dopo aver ripetuto tre volte la stessa domanda urlando come un’aquila, ho concluso che era sordo come una campana.

Esempi di conversazione:

Emilio: L’altimetro che ho al polso segna 150 metri

Ilài: Sì sono le dieci!

E: Siete partiti anche voi da Brawley stamattina?

I: Dodici !

E: And where are you from?

I: Io parlo uno poco italiano, uguale como lo spagnolo, ma cantando…

A quel punto ho lasciato il buon Ilài al suo destino, per poi apprendere nel corso del pomeriggio da un altro partecipante che Ilài ha una coclea artificiale nell’orecchio; per poter sentire bene, deve inserire due spinotti in due prese tipo stereo che gli spuntano dal cranio.

Unico vantaggio: può ascoltare l’ipod senza auricolari.

G 4 | Brawley-Blythe 140 km

Una storia triste

Gli automobilisti californiani sono un modello di correttezza e si fermano sempre col rosso. Ma sono i pedoni che, involontariamente, si gettano sotto le ruote dei loro Suv.
Vi spiego perché.

Da quando il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha fatto del rispetto dell’ambiente una priorità, il numero degli uccelli che nidificano e prosperano anche nelle grandi città è aumentato.

Ora, si sa, gli uccelli pigolano da piccoli e cantano da grandi, o perlomeno ogni razza di pennuto ha un suo verso inconfondibile, che lo caratterizza e lo distingue senza fallo.
Quando si vuole attraversare un incrocio con semaforo, si preme il bottone apposito e si aspetta.

Semafori-e-uccelli

Quando arriva il turno del pedone, sul lato opposto della strada compare sullo schermo una manona bianca. La manona bianca diventa rossa dopo 5 secondi e a quel punto comincia il countdown, cioè compare l’indicazione a scalare del tempo che resta per attraversare legalmente: dai 15 ai 30 secondi. E fin qua niente da dire, anzi.

Ma un gruppo di aquile che io ho ribattezzato A.A.A.A. (Associazione degli Amministratori Astuti d’America) deve aver deciso di attirare l’attenzione del pedone distratto, solleticando il suo udito con un festoso cinguettare d’uccelli. In altre parole, quando compare la manona bianca il palo del semaforo emette un rumore tale che sembra di essere in una voliera.

La cosa è ancora più viziosa, perché il cinguettio in questione cambia da città a città, addirittura da quartiere a quartiere: una volta sono le allodole, una volta gli usignoli, una volta i corvi, ecc.

Allora, immaginiamo la scena: la signora Smith, nonnetta di 107 anni, vispa e arzilla grazie ad una dieta di hamburger e tacos (di cibo parlerò fra qualche giorno ), preme il bottone per attraversare il viale e andare, come ogni mattina, da Starbucks a farsi il suo tradizionale caffè triplo in tazza media da mezzo litro.

In quel momento, sul palo del semaforo plana un avvoltoio che, dopo aver svuotato il bidone della spazzatura del Mcdonald, accusa fortissimi dolori di ventre, molla un peto formidabile e intona un canto di dolore.

La signora Smith scambia le note dell’avvoltoio per il via libera del semaforo, scende dal marciapiede e viene travolta da una corriera della Greyhound.

Morale della favola: cari amministratori, scegliete per favore il verso di un altro animale, di preferenza improbabile: ad esempio il barrito di un elefante, il ruggito di una tigre o di un leone, o ancora il bramito di un orso. E i cittadini sapranno finalmente quando attraversare in sicurezza.

Almeno fino a quando in città non arriverà il circo Orfei.